Federico
Tron - Riccardo Berretti
Maurizio Gorra - Enrico Pieri
Filippo D'Aloia
L'Abbazia di Piantangeli
GRUPPO ARCHEOLOGICO
ROMANO Roma 1984
Questo lavoro è stato possibile grazie all'attività
di ricerca svolta nell'inverno e nella primavera del 1981 da 275 giovani
dei Licei Artistici e degli Istituti d'Arte di Roma, Civitavecchia
e Velletri, nel quadro delle iniziative promosse dall'Assessorato
Cultura e Pubblica Istruzione dell'Amministrazione Provinciale di
Roma.
PREFAZIONE
Composta da insiemi eterogenei, la popolazione romana, di fronte alla
velocità con cui ha avuto luogo la sua crescita, ha la necessità
di arrivare alla costruzione di una unità culturale che sappia
tener conto della soggettività dei gruppi sociali che compongono
il complesso della realtà urbana. Per giungere a questo fine,
certo non facile. c'è bisogno di avere a disposizione strumenti
adatti all'acquisizione dell'identità di appartenenza, tappa
indispensabile per potersi riconoscere nel contesto urbano e per dare
una risposta al proprio vivere nella città. Questa disgregazione
culturale è l'elemento primario delle difficoltà che
si hanno nell'impostare un'azione di politica culturale che sappia
dare risposte adeguate alle necessità di migliaia di persone
che stanno avviando il faticoso lavoro di ricostruire le proprie radici.
E' d'uopo quindi porsi il problema delle vie da imboccare per facilitare
questo gravoso cammino: se sia meglio incentivare una politica dei
« consumi culturali », vissuti troppo spesso in modo passivo
ed acritico, oppure porsi risolutamente sulla strada di una politica
della « produzione culturale », che permetta la partecipazione
e l'impegno in prima persona.
Nel complesso intreccio di elementi che determinano i processi di
crescita culturale si può facilmente constatare che la gente
è in parte interessata allo sviluppo della cultura intellettuale
ma anche, ed in misura sorprendentemente grande, alla crescita di
una cultura « partecipata ». Questa spinta deve essere
interpretata come il desiderio di elaborare forme di espressione spontanee,
non professionali, che si indirizzano in vari e disparati campi. Gli
organismi pubblici non potevano ignorare questo bisogno di partecipazione
dei cittadini ed alcuni di loro hanno fatto propria questa linea di
intervento culturale. Azione che ha trovato il suo campo ideale di
applicazione all'interno del mondo della scuola dove le iniziative
tendono a sollecitare ed ad aiutare lo svecchiamento dei programmi
scolastici attraverso didattiche che prevedono appunto un approccio
dal vivo con quanto si vuole conoscere ed approfondire. Si avvicinano
così i giovani a quegli strumenti del sapere che li aiuteranno
a riconoscere il loro passato ed a collocare la propria esistenza
nell'alveo della storia.
L'iniziativa dell'Assessorato alla Cultura della Provincia di Roma,
che ha permesso ad alcune centinaia di studenti dei Licei Artistici
e degli Istituti d'Arte della capitale, oltre che di Velletri e di
Civitavecchia, di partecipare ad un'esperienza di ricerca nel gennaio
- marzo 1981 a Tolfa, ci sembra inquadrarsi perfettamente con questo
approccio appena esposto. Ospiti del Centro Studi del Gruppo Archeologico
Romano, i giovani hanno contribuito validamente alla ricerca e dei
risultati di quelle settimane archeologiche questo libro vuole essere
una testimonianza ed un contributo alla conoscenza della storia di
una fetta di territorio della Provincia di Roma. I lusinghieri risultati
scientifici di questa esperienza li potrete leggere nelle pagine che
seguono, noi vorremmo soffermarci un attimo sui contenuti didattici
e sviluppare alcune considerazioni sulle finalità e sulle metodologie
seguite.
L'archeologia è stata assunta dagli istruttori del G.A.R. come
vera e propria scienza storica: non più sorella minore della
storia ma metodo di comprensione del passato. Quel passato che i giovani
sono abituati a veder scorrere sulle aride pagine dei manuali scolastici
ha preso in questa esperienza una dimensione concreta fatta di paesaggi,
di mura diroccate, di reperti raccolti sul terreno, di lavori di ricerca
bibliografica, di catalogazione e di comparazione dei dati. Gli studenti
hanno così potuto vivere in « diretta » i primi
passi da muovere per arrivare ad avere la Storia stampata su di un
libro, quello che stiamo presentando. Questo primo momento è
rappresentato dalla ricognizione del territorio, strumento fondamentale
di conoscenza, non più legato, in questo contesto didattico,
solo alle necessità della ricerca, ma modo di procedere per
giungere, attraverso un contatto diretto con il terreno, e le presenze
antiche che esso racchiude, ad una corretta comprensione del rapporto
uomo - territorio. Ci pare questo un momento di particolare interesse
rispetto alle motivazioni di una politica culturale congrua nei confronti
delle esigenze della popolazione che andavamo prima esponendo.
Certo non è semplice intravvedere immediatamente i significati
che si trovano dietro l'affermazione « leggere il territorio
», eppure basta soffermarsi sul fatto che nel corso dei secoli
l'uomo ha variamente utilizzato le risorse della terra su cui viveva,
venendo a sua volta influenzato nei suoi modi di vita, per capire
che nella configurazione di questo rapporto e nella sua comprensione
sta la possibilità di interpretare lo sviluppo umano, di vedere
le connessioni tra passato e presente, di prefigurare il futuro. Attraverso
questa operazione si ottengono quegli elementi fondamentali per collocarsi
in un quadro storico, per saper riconoscere le proprie radici, per
iniziare un processo di interpretazione del divenire storico che possa
dare risposte alle esigenze di conoscenza di tutti noi. Questi modi
di approccio al passato, queste capacità di analisi purtroppo
non si acquisiscono con facilità; per questo è necessario
un intervento degli organismi pubblici per permettere una più
ampia diffusione di questo sapere. Crediamo che sia compito di una
corretta amministrazione della cultura mettere a disposizione di tutti,
soprattutto i giovani, la possibilità di potersi avvicinare
e di impadronirsi dei meccanismi per l'analisi della realtà,
presente e passata. Forti della convinzione che ognuno, a prescindere
dalla propria preparazione, può essere intellettuale, inteso
come produttore di cultura, pensiamo che occasioni di questo genere
vadano fornite ogni qual volta ciò sia possibile. Certo il
momento economico non è dei migliori per lo sviluppo di una
politica culturale di tale respiro, ma lo sforzo va comunque tentato
nello spirito di un rinnovato impegno per la creazione di quelle identità
culturali che sole ci possono garantire una reale evoluzione. Il G.A.R.
durante le settimane archeologiche ha immesso i giovani in una ricerca
sul campo dove la cultura non viene più vista come momento
di fruizione passiva o di consumo, ma come tappa determinante di un
processo attivo di formazione e di arricchimento personale: attraverso
la ricognizione prima ed il necessario ripensamento poi, si rende
possibile l'impegno dei giovani su obiettivi precisi, si fanno toccare
con mano realtà storiche, spogliandole di orpelli, e rendendo
così chiare le connessioni con il momento attuale. Con questa
iniziativa della Provincia di Roma, il G.A.R. ha raggiunto quindi
un duplice scopo: da un lato far entrare nella scuola un modo «
diverso », più diretto, di concepire il rapporto con
il passato; dall'altro favorire la conoscenza, sul piano culturale,
del territorio provinciale, così ricco di tradizioni e di beni
culturali e collegarlo con l'area metropolitana.
Fabio Rovis

GLI INSEDIAMENTI MONASTICI
DEI MONTI DELLA TOLFA
I monti della Tolfa, per la loro natura e posizione geografica, furono
sovente ai margini dei grandi avvenimenti storici e dei sommovimenti
politici che, nel corso del Medioevo, interessarono terre distanti
anche solo pochi chilometri dal massiccio alto laziale. Una piccola
zona montuosa, isolata, senza grandi vie di comunicazione che l'attraversassero,
con minime risorse economiche che potessero giustificare massicci
insediamenti umani, non poteva, obbligatoriamente, costituire un grande
polo di attrazione per le entità politico-religiose che si
andavano affermando in Italia alla fine del primo millennio.
Desta quindi maggiore interesse e curiosità il fenomeno di
insediamento monastico che si verificò nella zona tolfetana
a partire dall'alto medio evo.
Non esiste dubbio ormai sul fatto che le fondazioni monastiche, lungi
dall'apparire assolutamente casuali, come le notizie leggendarie sulle
loro origini vorrebbero far intendere, fossero in realtà dipendenti
da un lungimirante piano di insediamento, che teneva ben presente
la realtà economica e sociale del territorio interessato, mirando
a controllarne i punti focali. Approfittando talvolta di un vuoto
di potere creatosi dall'affievolirsi del controllo centrale, o alleandosi
sovente con le entità politiche esistenti, le abbazie, sorte
soprattutto in periodo barbarico e carolingio, assursero in molti
casi a ruolo di centri di notevole importanza e di vaste ricchezze,
proprio per la loro posizione, dominante gli itinerari commerciali
del territorio circostante, oltre che per il ruolo attrattivo e di
smercio esercitato sui prodotti locali agricoli ed artigianali, che
solo in parte provenivano dalle dirette dipendenze monastiche.
Fra i centri monastici che sorsero nella zona tolfetana, sicuramente
il più ricco e prestigioso risulta essere stato quello di S.
Maria al Mignone, nato come « cella » dipendente dalla
famosa abbazia di Farfa in pieno periodo carolingio.
Farfa (1),
sorta nel VI secolo in Sabina, a 35 km. da Roma, sulle sponde dell'omonimo
fiume ed in posizione dominante le vallate che da oriente scendono
verso il Tevere, dopo una prima distruzione subita all'epoca della
calata dei Longobardi, era stata rifondata all'inizio dell'VIII secolo
da un gruppo di monaci franchi guidati da Tommaso da Morienna, e si
era presto affermata, grazie anche ai favori ed alle attenzioni che
le avevano riservato i duchi di Spoleto. Gli abati farfensi riuscirono
con notevole acume politico a sganciarsi in tempo dal protettorato
longobardo, ed all'epoca del crollo del regno barbarico (774) si avvicinarono
ad Adriano I ed a Carlo Magno. In questo periodo le proprietà
dell'abbazia andarono aumentando notevolmente, e si espansero anche
in zone molto distanti dalla Sabina, come la Tuscia, cui si riferisce
un interessante documento datato 775 e conservato nel Regesto Farfense (2).
L'atto riguarda una cospicua donazione eseguita da un certo Aimone,
il quale cede, consacrando se stesso ed il figlio Pietro a S. Maria
di Farfa, tutte le sue proprietà, che risultano trovarsi nei
territori di Viterbo, Orchia, Castro e di altri centri, e comprendono
inoltre vari edifici religiosi, fra cui l'oratorio di S. Salvatore,
presso Tuscania. E' interessante notare che questo Aimone, ricchissimo
proprietario longobardo probabilmente cristiano, dato il nome Pietro
del figlio e la sua qualifica di chierico, doveva far parte di quei
nobili barbari che, allo sbando dopo la spedizione di Carlo Magno
e la resa di Pavia, per non essere soppiantati dai Franchi, preferiscono
legare se stessi ed i loro beni ad una potenza indipendente, come
poteva essere un'abbazia. E' proprio in conseguenza di queste vaste
donazioni, e forse anche della estensione di interessi in zone ex-demaniali
abbando nate per la precaria situazione politica, che Farfa sentì
la necessità di istituire centri di amministrazione locale,
allo scopo di gestire le proprietà troppo distanti, ed è
in questa ottica che dobbiamo concepire la fondazione di S. Maria
del Mignone, la cui prima menzione sarebbe convenuta in un privilegio
di Carlo Magno datato 801 (3).
Questo documento, che è stato preso in considerazione da molti
studiosi, in realtà è uno dei molti falsi che circolavano
nel Medio Evo (vedi, ad esempio, alcune lettere di Gregorio Magno,
o la celeberrima «donazione di Costantino»), i quali erano
utilizzati di solito per dare una patente di legittimità a
situazioni che non si erano create proprio in modo lecito, e che abbisognavano
di garanzie per poter essere accettate o confermate.
Varie incongruenze contribuiscono a rivelare la falsità dell'atto
di Carlo Magno in questione, incongruenze che sono state acutamente
rilevate dagli editori del Regesto; in questa sede basti considerare
che, in una bolla di papa Stefano IV dell'87 (4), nel lungo elenco
che vi è contenuto dei beni di Farfa, non compare il nome di
S. Maria al Mignone, anche se la penetrazione del cenobio sabino nella
valle del fiume risultava allora già iniziata, come si può
notare da un atto di vendita dell'807, con il quale un certo Omulo
di Tuscania cede all'abate Benedetto una sua terra in quella zona (5).
La prima menzione sicura dell'esistenza della cella sul Mignone risulta
essere il privilegio che venne rilasciato da Ludovico II all'abate
Paltone nell'857 o nell'859 (6), nel quale l'edificio religioso è
menzionato ben due volte, come «monasterium» e come «cella».
S. Maria del Mignone inoltre è già descritta come centro
importante e con vaste dipendenze: «In territorio tuscano cellam
Sanctae Mariae de Minione cum ipso monte Gosberti et gualdo, et ripa
alvella et cum ipso portu de mare...»; questa frase si ritrova
in quasi tutti i documenti successivi, con poche variazioni, da cui
si può dedurre che il nucleo delle proprietà farfensi
sul Mignone restò immutato per molto tempo.
La cella é definita come sita «in territorio toscano»,
quindi in quella zona meridionale della Tuscia ex longobarda di cui
il centro più importante era Tuscania; inoltre fra i suoi beni
c'era il monte Gosberto, probabilmente il sito dove sorgeva lo stesso
edificio, purtroppo non facilmente individuabile, data la scomparsa
del toponimo. Importantissimo sarebbe anche definire con precisione
il «gualdo», che etimologicamente dovrebbe essere un termine
derivante dal germanico «wald», parola longobarda che
originariamente significava bosco, brughiera, ma che in seguito assunse
la accezione di insieme di terreni, di varia natura, pertinenti al
fisco, reale o ducale, (7), il che proverebbe l'origine demaniale
di almeno una parte dei possedimenti farfensi sul Mignone.
« Ripa alvella » può essere un tratto della sponda
del fiume, mentre inattesa giunge la menzione, fra le proprietà,
di un porto marino. Quale potrebbe essere e dove si può localizzare
questo porto? Escludendo Civitavecchia, allora ancora quasi disabitata
e che appare dai documenti ben distinta da Farfa almeno sino all'XI
secolo, si possono fare solo due ipotesi: o esisteva un porticciolo
alle foci del Mignone, in località Bagni di S. Agostino, dove
ultimamente é stato localizzato un probabile scalo marittimo (8), o si sfruttava ancora Graviscae, il vecchio porto classico di
Tarquinia, in abbandono da secoli.
La prima individuazione sembra essere più realistica, ma al
momento attuale, in mancanza di sicuri dati archeologici, non é
possibile escludere ogni altra possibilità.
Per qualche decina di anni S. Maria al Mignone, malgrado la scarsità
di documentazione, dovette mantenersi in condizioni floride, amministrando
i suoi ingenti beni finché, verso la fine del IX secolo, rimase probabilmente coinvolta nelle devastazioni operate dai Saraceni su
quasi tutta l'Italia peninsulare, e nei torbidi che accompagnarono
la crisi politica causata dal crollo della potenza carolingia. In
altra sede (9) abbiamo già evidenziato l'errore compiuto da
molti studiosi che, considerando un documento dell'XI secolo, vi trovano
riferimenti diretti ad una distruzione della cella da parte degli
infedeli verso 1882, distruzione che invece si riferirebbe unicamente
all'abbazia di Farfa.
Malgrado ciò, ad ogni modo, il coinvolgimento di S. Maria al
Mignone in devastazioni, e una situazione di percolo da essa attraversato
sono testimoniati indirettamente da due contratti di affitto conservati
nel Liber Largitorius (10), nel primo dei quali il contraente Donato
si impegna a compiere nelle guardie di avvistamento verso il mare,
mentre dal secondo, degli inizi del X secolo, si ricava che una parte
delle proprietà farfensi della costa altolaziale era in abbandono
ed in rovina.
Verso la metà del X secolo, l'abate Campone volle intervenire
su S. Maria al Mignone ed i beni ad essa collegati, e demandò
al restauro della cella ed alla sua riorganizzazione un monaco del
monastero di S. Giusto presso Tuscania, Venerando, il quale in poco
tempo ricostruì l'edificio che fu solennemente riconsacrato
da Valentino, vescovo di Civitavecchia (11).
Il contratto a favore di Venerando prevedeva che costui, nominato
preposto, detenesse i beni e le entrate di S. Maria al Mignone, pagando
a Farfa un censo annuo; la cella doveva restare a vita a lui ed a
due suoi successori, per poi ritornare direttamente sotto l'abbazia
sabina (12). Questo atto fu però la causa di una lunghissima
contesa per il controllo delle proprietà in questione, contesa
che si trascinò sino alla fine dell'XI secolo, malgrado frequenti
tentativi di redimerla, con dubbi risultati, effettuati da imperatori,
marchesi, papi e cardinali. Infatti, dopo pochi anni dalla riedificazione,
Venerando fu nominato abate di un nuovo monastero di Roma, dedicato
ai SS. Cosma e Damiano, e vi si trasferì mantenendo il contratto
con Farfa; il monaco tenne fede ai suoi impegni ma, morto lui, il
successore Silvestro, misconoscendo i diritti del cenobio sabino,
si tenne S. Maria del Mignone non pagando più il censo annuo (13).
Farfa, che era protetta dagli imperatori germanici, si rivolse loro
per ottenere giustizia, ma a parte alcuni atti a suo favore, rilasciati
da Ottone I (14) ed Ottone II (15), non riuscì ad avere il
controllo della cella se non nel 999, quando Ottone III redasse un
placito a suo favore, ponendo anche il proprio banno a protezione
della sentenza (16). Malgrado questa soluzione, il monastero dei SS.
Cosma e Damiano non si dette per vinto, e continuò ad avanzare
diritti sulla cella, valendosi anche di documenti falsificati. Il
periodo tra lo scorcio del X e l'XI secolo fu quello di maggiore prosperità
per S. Maria al Mignone: la cella ricevette infatti mole cospicue
donazioni, a cominciare da una del 990 (17), quando il conte Pietro
di Guinigi cedette la chiesa di S. Angelo presso Corneto, dotata di
una proprietà di 1500 pertiche di terra. Questa chiesa, ora
scomparsa, era localizzata sotto i dirupi del colle della città,
se vogliamo prestar fede ad un cronista locale del XVII secolo, Muzio
Polidori (18). Le pertinenze della cella del Mignone erano allora
vastissime, si trovavano infatti nei territori di Tuscania, Cencelle,
Corneto e Norchia; a nord di Corneto arrivavano a stendersi lungo
la valle del Marta, ed erano confinanti con terreni di proprietà
della famosa badia del S. Salvatore sul monte Amiata, che aveva vasti
interessi nella zona altolaziale (19).
Da un privilegio del 1005 (20), rilasciato da papa Giovanni XVIII
a favore del cenobio dei SS. Cosma e Damiano, (che non aveva rinunciato
a considerare la cella di sua proprietà), ci rimane una utilissima
e molto dettagliata descrizione di S. Maria al Mignone: innanzi tutto
era dotata di una corte, di vari portici e di celle, quindi doveva
trattarsi di un vero e proprio monastero con locali per i monaci residenti.
L'edificio era inoltre circondato da orti e da un uliveto, aveva nelle
vicinanze un centro abitato, probabilmente per i servi che ne lavoravano
le proprietà, ed aveva ben due « gualdi», dei quali
il maggiore era esteso sia nel territorio di Tuscania che su quello
di Cencelle, quindi si trovava a cavallo del Mignone. Le terre sono
differenziate nel documento a seconda della coltura: prima venivano
le vigne, forse la più importante fonte di reddito, poi si
parla di campi, coltivati probabilmente a cereali, prati, pascoli,
boschi, alberi fruttiferi ed infruttiferi, ed infine è ricordata
la giurisdizione sul Mignone, con i relativi diritti di pesca e la
proprietà dei mulini che vi si trovavano.
Per tutto l'arco dell'XI secolo si susseguono donazioni di beni immobili,
specie nel territorio e nella città di Corneto, che in quel
periodo iniziava ad essere un centro molto importante; notiamo però
che per evitare contestazioni, spesso negli atti di cessione Farfa
figura in prima persona, senza delegare apparentemente il controllo
delle proprietà a S. Maria del Mignone, evidentemente allo
scopo di evitare usurpazioni, cui la cella era passibile.
Frequentemente queste donazioni concernono chiese dotate di vaste
rendite, come S. Pellegrino (21), S. Martino (22) e, nel 1066, S.
Lorenzo in Gerflumen, posta tre chilometri a nord-ovest della odierna
S. Severa (23). Fra 1068 e 1072, per merito di cessioni da parte di
nobili, i beni farfensi dell'Alto Lazio si andarono arricchendo della
metà di due importanti porti sul litorale tirrenico: S. Severa (24) e Civitasvetula (25); soprattutto quest'ultimo centro, che andava
risorgendo dopo la distruzione saracena, doveva essere particolarmente
redditizio, e permetteva all'abbazia sabina il controllo di gran parte
dei traffici marittimi della zona. S. Maria del Mignone non é
menzionata in queste ultime donazioni, ma certamente beneficiò
anch'essa dell'allargamento degli interessi farfensi nella sua regione,
inoltre, nel 1072, fu risolta definitivamente la contesa con il monastero
dei SS. Cosma e Damiano.
Per merito di Ildebrando di Sovana, allora arcidiacono, nel corso
di un giudizio convocato nei palazzi Lateranensi (26) fu provata la
falsità dei documenti a favore del cenobio romano, e l'abate
farfense Berardo ricevette solennemente la refutazione di S. Maria
del Mignone e di tutte le sue dipendenze dalle mani del parigrado
Odemondo che, a parziale composizione, ottenne una somma dalla badia
sabina.
La vittoria giudiziaria di Farfa e gli ingrandimenti delle sue possessioni
sembravano preludere ad una duratura escalation della sua potenza
nell'Alto Lazio, ma in realtà, dalla fine dell'XI secolo, inizia
un periodo di grave crisi per l'abbazia benedettina, dovuta in massima
parte al sorgere di nuovi centri di potere che contrastavano validamente
il precario equilibrio su cui poteva basarsi la dominazione territoriale
farfense: le nuove realtà cittadine e la nobilità feudale.
Questi nobili, spesso di oscure origini, cominciavano a realizzare
una politica meno dipendente dall'imperatore e dai suoi vassalli,
ed arrivavano spesso a devastare e tentare di appropriarsi dei beni
monastici, poco difesi. Una menzione di queste mire espansionistiche
dei nobili la conserviamo in alcuni atti del Regesto (27), che contengono
delle composizioni imposte da Enrico IV ad alcuni conti, che avevano
vessato, invaso e compiuto violenze proprio nei confronti di S. Maria
del Mignone e delle sue dipendenze.
Risulta chiaro che queste turbolenze non rappresentavano delle eccezioni,
e che, malgrado l'intervento di Enrico, l'attrito fra nobili e monastero
si manteneva passibile di degenerazione, non appena fosse venuta meno
la autorità imperiale. Malgrado la scarsità di documentazione di Farfa, che si fa particolarmente acuta dal XII secolo, possiamo
cogliere, dalle testimonianze che ci sono rimaste, i segni evidenti di una progressiva decadenza sia dell'abbazia che di S. Maria al Mignone.
Ancora nel 1118 il cenobio sabino appare titolare di tutti i suoi
beni (28), ma ben presto gli vengono alienati i possedimenti più
importanti, a cominciare da Civitasvetula (29). La cella del Mignone
compare ancora in documenti del XIII secolo: una prima volta nel 1262,
in un diploma di conferma di Urbano IV (30) in cui conserva molte
pertinenze, una seconda in un elenco di proprietà di Farfa
datato 1295 (31). Fra le due date l'impoverimento di S. Maria del
Mignone deve essere stato notevole,visto che nel secondo documento
appare tassata per una somma molto modesta. L'ultima menzione della
nostra cella l'abbiamo alla metà del XIV secolo, in una procura
del clero di Toscanella datata 29 settembre 1356 (32), in cui viene
citata come una delle chiese distrutte di quella diocesi; l'abbandono é definitivo, il territorio di S. Maria al Mignone allora doveva
ormai essere stato completamente smembrato, e solo il nome rimase
per qualche secolo, legato ad una tenuta pontificia (33).
La difficoltà maggiore connessa allo studio della cella riguarda
la sua localizzazione; nelle carte attuali restano solo alcuni toponimi
«S. Maria» sulla riva destra del medio corso del Mignone (34), ma in corrispondenza di essi non si notano rovine, e non sono
stati rinvenuti reperti ceramici tali da poter identificare l'edificio
religioso, che pure nel medioevo ebbe tanta potenza ed importanza.
Oltre a S. Maria del Mignone, un'altra importante fondazio ne religiosa
é indicata nel medioevo sui Monti della Tolfa: la abbazia di
S. Arcangelo.
E' dubbia l'epoca di fondazione del monastero, comunque l'edificio
dovrebbe essere già esistente nel X secolo, se ci possiamo
basare su un documento del 976 (35) conservato nell'Archivio di Viterbo,
nel quale l'abate di S. Arcangelo acquista da un certo Ugone alcuni
casali con terreno, localizzabili sul massiccio tolfetano, in quanto
vi si riconoscono, come confini, due corsi d'acqua che conservano
ancora il toponimo medievale: il fiume Mignone ed il fosso Verginese.
Nei pressi dell'abbazia doveva trovarsi un castello con centro abitato,
che nel 1061 appare sottomesso al Comune di Viterbo dal Conte Farulfo (36), il quale controllava un vasto territorio, dove figuravano anche
vari centri fortificati sui due versanti del medio corso del Mignone.
Dopo una menzione di S. Arcangelo in una bolla di Innocenzo III del
1199 (37), appare due anni dopo un suo abate di nome Paltone, che
in un atto della Margarita Cornetana (38) cede vari suoi diritti sul
vicino castello a Corneto, che ne conserva il controllo per vario
tempo, come testimoniano due documenti datati 1238 e 1251 (39). Innocenzo
IV nel 1245 cede a vita il monastero con tutte le sue rendite a Scambio
vescovo di Viterbo e Tuscania, per il suo sostentamento (40). Un certo
collegamento fra monastero e castello dovrebbe mantenersi almeno fino
al 1283 (41), ma in seguito quest'ultimo appare saldamente in mano
ai Signori di Tolfavecchia (42).
Sempre per quanto riguarda il XIII secolo, S. Arcangelo figura varie
volte negli elenchi dei registri delle decime, sia per il periodo
1274-1280 (43), che per quello 1295-1298 (44). Nel secolo successivo
il monastero dovette conoscere una precoce decadenza, sia per le mire
espansionistiche dei signori locali sia per i continui avvenimenti
militari che interessarono parzialmente anche i Monti della Tolfa,
ma non bisogna dimenticare inoltre la crisi e lo spopolamento causati
dalla « grande peste » del 1348, che sconvolse l'Italia
e l'intera Europa, mutando il volto topografico di intere regioni.
Secondo il Silvestrelli (45), i monaci abbandonarono l'abbazia nella
prima metà del XIV secolo, ma si può affermare che ciò
avvenne solo dopo qualche decennio, in quanto la proprietà
di S. Arcangelo fu rivendicata nel 1356 dal Vescovo viterbese Nicolò
al sinodo di Montalto (46).
Entro la fine del '300, comunque, l'insediamento religioso dovette
essere definitivamente terminato, se non troviamo più documenti
che lo menzionino.
Nel XV secolo c'é un riferimento ad una « Selva di S.
Arcangelo », come tenuta doganale posta sui monti della Tolfa,
di pertinenza del vescovo di Spoleto (47), ma non si accenna minimamente
all'esistenza della chiesa; in un affresco del 1500, conservato nei
Palazzi Vaticani, nella Galleria delle Carte Geografiche, é
riportata l'indicazione di « S. Angelo disf. » (disfatto),
in corrispondenza del versante sud del medio corso del Mignone.
Un'antica tradizione lega i Monti della Tolfa alla figura di S. Agostino
vescovo di Ippona che, seconde la leggenda, avrebbe soggiornato nella
zona prima della partenza per l'Africa (48). Il dottore della Chiesa
avrebbe posto la sua residenza presso una comunità di eremiti
che già si trovava nel territorio. Questa notizia, anche se
leggendaria, risulta molto interessante, perché proverebbe
una presenza monastica sui monti tolfetani già nella seconda
metà del IV secolo, ben prima cioè delle penetrazione
abbaziale nell'alto Lazio.
Ad ogni modo, già nell'alto medievo sarebbe presente un cenobio
legato a S. Agostino e dedicato alla SS. Trinità, che secondo
gli storici agostiniani venne fondato nell'827 (49), a poca distanza
dall'attuale paese di Allumiere. Le prime notizie sicure dell'eremo
risalgono ai primi anni del pontificato di Innocenzo IV, che con due
bolle del 1243 e del 1244 (50) concesse ai monaci agostiniani la chiesa
di S. Severa, da identificare non con l'odierno paese costiero: ma
con S. Severella, santuario situato nei pressi della città
leonina di Cencelle.
Un'altra dipendenza dell'eremo della Trinità era il sacello di S. Agostino, posto sulle rive del Tirreno a poca distanza dalla
foce del Mignone, in un luogo dove il santo avrebbe avuto una miracolosa
visione, i cui ruderi furono distrutti definitivamente nel corso dell'ultimo
conflitto (51).
Il romitorio della Trinità, che appare negli elenchi della
decima sessennale 1274-1280 (52), ebbe una certa importanza soprattutto
dopo la costituzione dell'ordine agostiniano (1256), e fu sede di
due Capitoli della famiglia religiosa, nel 1275 e nel 1278 (53). La
documentazione si fa particolarmente scarsa dopo questo periodo, ma
pensiamo che l'eremo dovette conoscere una certa decadenza, se nella
metà del XV secolo fu annesso al convento agostiniano di Corneto,
che provvide a farvi risiedere saltuariamente una piccola famiglia
religiosa retta da un priore, abolita definitivamente nella metà
del XVIII secolo.
Del romitorio, facilmente raggiungibile dalla strada che da Allumiere
conduce alla Farnesiana, restano oggi in piedi alcune imponenti rovine
del monastero e dell'adiacente oratorio della Madonna del Soccorso,
mentre in buone condizioni è ancora la chiesa, restaurata in
epoca recente. (foto Tolfa antica)
Al termine di questo excursus storico, viene spontaneo chiedersi quale
interesse economico e di controllo dei traffici commerciali potevano
rappresentare i Monti della Tolfa nel medioevo. A questa domanda,
visto lo stadio iniziale ancora delle ricerche, non si possono dare
risposte adeguate, a causa anche della scarsa documentazione pervenutaci,
si possono azzardare solo alcune ipotesi, che necessitano logicamente
di approfondimento.
S. Maria al Mignone, la più celebre e ricca abbazia monastica
delle tre che abbiamo considerato, dovrebbe aver avuto principalmente
un ruolo latifondistico; il periodo che la conobbe protagonista, soprattutto
a cavallo del mille, vede in tutta Italia, ma specialmene nel Lazio,
una situazione di crisi demografica e di abbandoni, per cui risulta
facile pensare che abbia avuto buon gioco l'accentramento in mano
di Farfa di una vasta porzione di territorio disabitato, specie nelle
condizioni di assoluta decadenza che allora attraversavano gli antichi
centri come Centumcellae, Tarquinia, Graviscae, Caere. In questo quadro
solo un centro monastico, in un certo senso meno legato alle forme
di potere che si andavano ristabilendo, poteva rappresentare un polo
di attrazione e di sfruttamento economico in un periodo in cui regnava
una assoluta incertezza.
Dai documenti che la riguardano, S. Maria al Mignone risulta che sfruttasse
le sue proprietà soprattutto mediante le colture della vite
e dei cereali, e la vastità dei suoi territori fa pensare ad
un ruolo primario di smercio agricolo nella zona della bassa Maremma,
grazie anche al possesso dei mulini sul Mignone. Non é un caso
che la decadenza repentina della cella coincida con la rinascita delle
città, che cominciano ad esercitare dall'XI secolo un ruolo
sempre maggiore in dipendenza e di controllo sui territori circostanti.
S. Arcangelo invece, per la posizione più interna, fu probabilmente
di primaria importanza nei confronti della pastorizia e dei traffici
lungo le vie che seguivano la media valle del Mignone. Ancora non
é stato chiarito a pieno il ruolo della pastorizia, specie
quella ovina, nella prima parte del medioevo, ma questa doveva rappresentare
una notevolissima fonte di reddito, anche centro di grande importanza,
considerando anche la povertà alto laziale.
Per concludere, è difficile identificare il ruolo economico
che poteva avere il romitorio della Trinità; certo non fu un
centro di grande importanza considerando anche la povertà dell'ordine
religioso che lo occupava. Può essere affascinante però
ipotizzare un qualche sfruttamento delle vene di allume che si trovano
in abbondanza nei pressi della zona legata a S. Agostino: l'allume
infatti rappresentava una materia prima indispensabile per la tintura
della lana e la concia delle pelli e, malgrado il silenzio delle fonti,
per altro molto carenti per tutto il periodo considerato, sarebbe
facile comprendere, se si potesse accertare una pur piccola estrazione
locale del minerale, le ragioni economiche di questo insediamento
monastico.
Il fatto che poi l'allume venne letteralmente « scoperto »
nel XIV sec. non costituirebbe un problema, se consideriamo lo spopolamento
e l'abbandono verificatosi nella zona a causa della grande peste,
abbandono che poteva avere quasi del tutto smorzato il ricordo di
una piccola attività estrattiva.
Federico Tron
I RESTI DELL'INSEDIAMENTO MEDIEVALE DI PIANTANGELI
Nel
cuore del massiccio tolfetano, su un picco nei pressi della cima del
monte Piantangeli, si trovano le rovine di un antico borgo, tra le
quali si evidenziano i resti della chiesa. La zona, che domina la
valle nord-est del Mignone, é raggiungibile per la
strada che dal tempio etrusco della « Grasceta dei Cavallari
» sale verso est attraverso un fitto bosco, nel quale sono state
trovate alcune tombe « a cappuccina » . La presenza di
questi reperti ci fa supporre l'esistenza di un abitato tardo-romano
o alto-medievale, costretto ad essere costruito in una posizione meglio
difendibile e più protetta dalle continue scorrerie degli arabi
che, come risulta da documenti del sec. IX, distrussero la vicina
Cencelle. Ciò spiegherebbe l'incastellamento di Piantangeli
che, pur trovandosi in una posizione ben difendibile offriva scarse
possibilità di un'agevole vita quotidiana.
La conformazione del territorio su cui sorgeva l'insediamento é
a forma di sella : apparentemente nella zona più bassa
non vi sono tracce di costruzioni, mentre a sud (quota m. 511 s.l.m.) (54) sorgeva l'abitato e a nord (quota m. 498 s.l.m) la chiesa con
il campanile. Dell'abitato non vi é rimasto alcun muro in elevazione,
ma se ne notano soltanto tracce sotto la superficie erbosa. La zona,
inoltre, si presenta con grandi buche scavate qua e là per
scopi agricoli, dalle quali sono venute alla luce grandi quantità
di materiali ceramici, dall'analisi dei quali risulta che l'insediamento
è cronologicamente compreso entro un arco di tempo valutabile
dal sec. VIII/IX alla prima metà del sec. XIV (55).
Non é possibile individuare la tipologia urbana del borgo per
la scarsità di tracce sicure di edifici: é possibile
soltanto individuarne approssimativamente l'estensione di m. 80 per
m. 250. Per poter capire i modi di aggregazione dell'insediamento
occorrerebbe uno scavo sistematico e abbastanza esteso.
Molto più evidenti sono i resti della chiesa, scavata dalla
Soprintendenza nel 1974, i resti del campanile e, nella zona circostante,
tracce di edifici, a loro volta contenuti in una vera e propria cinta
muraria, della quale la parte superiore é abbastanza recente,
ma si nota chiaramente la sovrapposizione ad una struttura più
antica.
Lo schema della chiesa è a tre navate , culminanti
in tre absidi, di cui quella centrale ha un'ampiezza doppia di quelle
laterali. Le navate sono ripartite in tre campate, scandite da quattro
semicolonne addossate alle pareti corte e da quattro colonne centrali
(una delle quali doveva essere a forma quadrilobata e un'altra probabilmente
era un pilastro cruciforme). Ci troviamo di fronte ad un impianto
basilicale, la cui iconografia è attribuibile al sec. XII.
Le dimensioni interne sono di m. 11,75/11,90 di larghezza e m. 19,15
dì lunghezza. Gli spessori dei muri sono: quello a sud cm.
70, quelli a nord e a ovest cm. 98, quello delle absidi cm. 82. All'esterno
dell'angolo sud-est della chiesa si notano i resti della torre campanaria.
Rimane poco più della base con l'avvio delle cortine murarie
dello spessore di circa centimetri 110. L'area interna alla base é
di metri 2,50 x 2,50. L'asse principale é orientato con inclinazione
di ca. 15° sud, rispetto alla direzione est-ovest. Da considerare,
inoltre, i capitelli recuperati dalla Soprintendenza nel 1974 e collocati
nel cortile del Museo Civico di Tolfa. Al centro della navata maggiore,
antistante la zona del presbiterio, si notano alcune parti di muro
formanti un recinto a pianta quadrangolare. La forma, l'ubicazione,
alcuni pannelli scolpiti (plutei), le dimensioni fanno pensare ad
una destinazione originaria come probabile « schola cantorum
» .
La disposizione delle pietre, alcune delle quali sulla parte sinistra
sono ancora in sito, forma una panchina con pareti laterali più
alte. Conci di tufo inseriti nella parete di questo gruppo fanno pensare
a materiale riutilizzato da preesistenti costruzioni. Del pavimento
restano scarse tracce, che non possono essere attribuite con sicurezza
all'ultimo periodo. L'abside sinistra presenta uno scavo abbastanza
recente. Un altro scavo é visibile anche nella parte immediatamente
esterna alla predetta abside. Da questi si evidenziano prove di fasi
preesistenti alla chiesa romanica. Appaiono chiare alcune tombe a
fossa ricavate nel pancone di tufo, tagliate da muri di fondazione
della chiesa stessa, e, verso il raccordo con l'abside centrale, un
muro di fondazione, che doveva verosimilmente sostenere la parete
nord di una precedente sistemazione dell'edificio.
L'ipotesi trova conferma nell'ubicazione della porta principale, che
risulta attualmentedecentrata verso sud, ma in perfetto asse rispetto
alla costruzione compresa tra quella fondazione e la parete sud. L'osservazione
dei materiali con cui sono stati costruiti i corpi di fabbrica e dellatecnica con la quale sono stati impiegati, fornisce alcune interessanti
indicazioni sulla culturamateriale dei loro costruttori. Si nota,
infatti, che la tessitura muraria è formata da filaretti regolari
variabili da un ricorso all'altro , ma con conci ben squadrati
anche se di pezzature medie variabili. L'apparecchiatura delle pietre
delle absidi, invece, é fatta non con i soliti filaretti ricorrenti,
ma in maniera più irregolare . Quel che resta delle
colonne e delle semicolonne addossate alle pareti evidenzia una tecnica
di scalpellino ben curata con conci sovrapposti omogenei e accuratamente
battuti . Le informazioni che si possono desumere dall'ipotesi
di conduzione del lavorodi fabbrica e dall'esame tecnico-stilistico
dei capitelli suggeriscono l'impiego nella esecuzione delle opere
di maestranze quasi sicuramente lombarde. Nell'area della chiesa é
stato recuperato diverso materiale fittile collocabile dal sec. XII
al sec. XIV, mentre nell'area esterna sono stati rinvenuti frammenti
più antichi. Dalle commettiture del piano su cui era impostato
il pavimento della chiesa, è stata recuperata una moneta di
Federico II (sec. XIII) e da un livello superficiale altre due monete
del sec. XIV (56). Sebbene lo stato di avanzato degrado dei ruderi
e la mancanza di informazioni, provenienti da scavi archeologici sistematici,
non permettano di tracciare un quadro completo dello insediamento
medievale di Piantangeli, si ritiene opportuno avanzare alcune ipotesi
conclusive.
I muri in elevazione rimasti e l'impianto iconografico fanno pensare
ad una costruzione eseguita nel sec. XII su una costruzione ad aula
unica del periodo pre-romanico. Il materiale reperito conferma tale
ipotesi. L'abbandono dell'edificio dovrebbe essere avvenuto intorno
alla metà del sec. XIV. Non si notano tracce d'interventi né
di trasformazioni allo interno successive al periodo romanico; ne
é prova la persistenza del recinto della probabile «
schola cantorum », tuttora evidente in alzato. Ma ancor più
probante è l'assoluta mancanza di materiale ceramico e monete,
posteriori alla metà del sec. XIV.
Riccardo Berretti
BIBLIOGRAFIA
Si
ritiene opportuno segnalare alcune opere essenziali al fine di richiamare
l'attenzione sul problema delle origini del Comune Rurale e sulla
comparazione stilistica dell'impianto e degli elementi compositivi
ecclesiali.
SCHNEIDER F. - « Le origini dei Comuni rurali in Italia »,
Firenze, Papafava, I980 (Edizione in lingua tedesca 1924).
MENGOZZI G.. - « La città italiana nell'Alto Medioevo».
Firenze, La Nuova Italia. I931 (la ed. I915).
LOGNETTI G. P. - «Studi sulle origini del Comune Rurale»,
Milano, Vita e Pensiero, I978 (Raccolta di opere scritte fra il I926
ed il I962).
SALMI M. - «L'architettura romanica in Toscana», Roma
I928.
TABACCO G. - «La storia politica e sociale, dal tramonto dell'Impero
alle prime formazioni di Stati regionali», (Cap. V, 2), in Storia
d'Italia, II, Torino, Einaudi, 1974.
«Il Romanico », Atti del Seminario di Studi a cura dell'ISAL,
Villa Monastero di Varenna, 8-16 settembre I973.
FOCILLON H. - « Scultura e pittura romanica in Francia»,
Torino, Einaudi, I972.
MORRA O. - « Tolfa », Civitavecchia.
POLIDORI M. - «Croniche di Corneto », Tarquinia, 1977.
I
CAPITELLI DI PIANTANGELI
I
— In un cortile del palazzo municipale di Tolfa, purtroppo esposte
all'azione degli agenti atmosferici, sono conservate le testimonianze
più singolari ed eloquenti fra quelle che ci sono rimaste su
Piantangeli. Si tratta di una serie di capitelli, accompagnati da
lastroni decorati a bassorilievo e da un sarcofago, per un totale
di 16 manufatti litici. Qui di seguito, é fornita una sintetica
descrizione di ognuno di essi. L'ordine di presentazione segue il
senso antiorario, partendo dalla destra di chi entra nel cortile proveniendo
dal portone principale del palazzo.
1 — Capitello - di grandi dimensioni (circa 90 cm. agli spigoli) decorato
e rifinito nella sola metà anteriore. Stile composito.
2 — Capitello - di piccole dimensioni (poco meno della metà
del precedente), decorato nella metà anteriore. La sola parte
frontale é scolpita a bassorilievo e presenta due animali,
di cui uno segue e addenta l'altro.
3 — Capitello - di dimensioni intermedie rispetto ai precedenti, decorato
nella metà anteriore. Presenta una testa d'ariete per ogni
spigolo, unite frontalmente da un solo corpo, e con la metà
anteriore di un altro corpo sui lati più piccoli.
4 — Capitello - dimensioni simili al precedente, decorato nella metà
anteriore. Sullo spigolo sinistro di chi osserva, un arciere si volta
a tendere l'arco contro un animale, forse un cervide posto sull'altro
spigolo che, fuggente, volge il capo verso di lui.
5 — Sarcofago - sufficiente ad accogliere un corpo di normali dimensioni,
non ha coperchio né presenta alcuna decorazione o scritta.
6 — Capitello - dimensioni simili al precedente n. 4, decorato nella
metà anteriore. Stile composito.
7 — Capitello - dimensioni di poco superiori al n. 1., pianta grossolanamente
trapezoidale. E' decorato soltanto sulla faccia anteriore con grosse
foglie non rifinite.
8 — Capitello - dimensioni e pianta simile al precedente. Stile composito
con traforo fra ogni voluta e la grossa foglia alla sua base.
9 — Capitello - frammento, con proporzioni simili al precedente. E'
un frammento di spigolo in stile composito assimilabile al precedente
capitello.
10 — Capitello - dimensioni simili al n. 3, molto rovinato, forse
decorato nella sola metà anteriore e soltanto con foglie.
11 — Capitello - dimensioni simili al n. 1, decorato nella metà
anteriore soltanto con foglie, pianta rettangolare.
12 — Elemento - lastra di forma irregolare e di grandi dimensioni,
più corta e più larga del sarcofago n. 5.
In un riquadro rettangolare delimitato da due solchi, sono raffigurati
a bassorilievo due animali affrontati, poggiati sulle zampe anteriori
e con la testa rivolta in atto di mordersi (?) la coda, ripiegata
e passante sotto le zampe posteriori.
13 — Capitello - dimensioni simili al n. 3, decorato nella metà
anteriore. Su ogni spigolo, un'aquila acefala, ad ali spiegate, con
piumaggio molto dettagliato.
14 — Capitello - dimensioni simili al n. 7, decorato sulle quattro
facce. Leggendole in senso antiorario, esse presentano queste raffigurazioni:
a) una melusina, o sirena a due code.
b) una faccia decorata in stile composito.
c) una faccia simile alla precedente.
d) un'ultima faccia in stile composito, con una testina ridente fra
le due volute.
15 — Capitello - dimensioni simili al n. 2, decorato forse sulle 4
facce; leggendole in senso antiorario: a) due animali affrontati e
a testa bassa, con corpi minuti e proporzioni grottesche; quello a
sinistra di chi osserva, forse un coniglio.
b) animale isolato, simile come forma e pose al coniglio di a).
c), d) lisci (?).
16 — Capitello - dimensioni simili al n. 1, decorato forse sulle 4
facce; leggendole in senso orario:
a), b) stile composito, con una rosa ad 8 petali fra ogni coppia di
volute.
c), d) lisci, molto probabilmente rovinati.
Lo spigolo fra le facce a) e b) è sporgente a forma di rostro.
Nel medesimo cortile, una piccola lapide indica genericamente, come
luogo di provenienza di tutti questi manufatti Monte Piantangeli,
su cui sorgono le rovine dell'abbazia.
II — La prima osservazione sui manufatti conservati nel cortile del
palazzo comunale concerne il materiale con cui furono scolpiti. Si
tratta di una pietra tufacea di colore grigio scuro, abbastanza porosa;
tutti i pezzi conservati sono ricavati da questo tipo di materiale,
che, per sua natura, risente dell'azione del tempo: a causa di ciò,
ogni manufatto, chi più chi meno, é ricoperto da una
certa quantità di depositi vegetali. Inoltre, come abbiamo
già visto nel corso delle descrizioni, alcuni pezzi sono rovinati
o mutili (e le muffe poste sulle fratture indicano che non ci sono
state menomazioni recenti), ed il dilavamento di alcuni di essi, particolarmente
evidente nel capitello n. 2, si aggiunge a complicare le cose. Troviamo
utilizzato questo tipo di tufo anche in molte case di Tolfa e nei
ruderi della rocca del paese, sia in forma di semplici blocchi squadrati,
che di manufatti più rifiniti (si veda ad esempio una piccola
lastra con un altorilievo recante il monogramma IHS circondato da
un sole raggiato). Anche questi materiali hanno il colore ed i depositi
già visti sui nostri manufatti, però, rispetto a questi
ultimi, ci consentono di stabilire dei riferimenti temporali; per
quanto riguarda gli inserti in tufo nel mastio della rocca si può
risalire al sec. XI, mentre la lastra con il monogramma cristiano
è senz'altro posteriore alla divulgazione di questo simbolo
per opera di S. Bernardino da Siena (XV sec.). Un utilizzo prolungato
nel tempo, quindi, senz'altro basato sullo sfruttamento di una cava
locale (finora non localizzata) che sarà servita anche per
la « fabbrica » di Piantangeli prima ancora che per la
rocca di Tolfa; nel medioevo era normale usare pietre locali per qualunque
tipo di costruzione.
III — L'esame ed il commento delle raffigurazioni scolpite su ogni
singolo capitello offrono invece lo spunto per giungere a conclusioni
più precise delle precedenti. Per questo scopo, qui di seguito,
si elencano i paragoni ed i raffronti più caratterizzanti per
ogni manufatto sopra descritto; ogni gruppo di osservazioni é
raccolto sotto un numero progressivo, che rimanda a quello del manufatto
relativo secondo l'ordine seguito nelle descrizioni.
1 — Lo stile composito riunisce in un solo capitello le caratteristiche
degli stili ionico e corinzio, sovrapponendo alle decorazioni floreali
di quest'ultimo i motivi e le volute geometriche del primo. Esso nasce
a Roma, ed assume perciò diffusione tanto universale che, ancora
nel Medioevo, é una forma molto usata per decorare un capitello
nella sua globalità, escludendo quindi le decorazioni limitate
ad una o più facce.
Il capitello 1, pertanto, è uno dei più generici e meno
datanti fra quelli studiati. E' assai essenziale e schematico: le
volute ionicizzanti sono formate da una fettuccia singola, e inframezzate
da un rilievo (forse un fiore ad otto petali); le foglie d'acanto,
di diverse dimensioni e disposte in doppio girale, hanno forme grossolane
e, come uniche decorazioni, la nervatura centrale in rilievo e la
punta ripiegata leggermente all'ingiù. Manca in esse ogni accenno
al minimo gioco della fantasia: le foglie d'acanto, in particolare,
sarebbero state suscettibili di tante e diverse forme e rifiniture;
invece, tutto é riprodotto e ridotto al minimo indispensabile.
Non é però il prodotto di una mano rozza: le linee sono
precise, soprattutto le curve delle volute, gli acanti non sono disposti
disordinatamente, e le cure messe nel rifinire il presunto fiore a
8 petali, nonostante il suo cattivo stato attuale e le piccole dimensioni
(una decina di cm. di diametro), sono ancor oggi visibili. Come termine
di paragone fra i tanti possibili, i seguenti capitelli sono forse
i più utili:
A) Acquapendente, S. Sepolcro, cripta (IX);
B) Monreale, Duomo, chiostro (XII; assai più rifiniti di Piantangeli);
C) Tuscania, S. Pietro (VIII, comunque prima 1093; con volute ionicizzanti
a doppia fettuccia) (J. Raspi-Serra, Le diocesi dell'alto Lazio, 1974).
D) Nebbio (Corsica), Assunzione (1125 ?; a fogliami appiat¬titi
e volute atrofizzate) (Enciclop. Treccani, s.v. « Corsica »).
E) Bominaco (AQ), S. Maria Assunta (XI; più elaborati di Piantangeli
ma abbastanza simili).
2 — La piccolezza del capitello influisce sulla leggibilità
delle figure; tuttavia, l'animale sulla sinistra di chi guarda, quello
addentato, appare più accurato dell'altro essendo dotato, forse,
di un collare (così possono essere interpretate le due pieghe
che presenta sul collo). In tal caso, si tratterebbe senz'altro di
un cane, animale tradizionalmente raffigurato anche in araldica con
questo accessorio, simbolo di fedele e cosciente sottomissione; meno
probabilmente é una pecora, simbolo di mansuetudine cristiana
e della Chiesa stessa.
In ogni caso, il nostro capitello raffigura una scena di sopraffazione
e di violenza fra animali, simbologia abbastanza nota ed utilizzata
a livello popolare soprattutto ad uso moraleggiante.
Come paragoni, la mitologia classica (non ignota al Medioevo) offre
numerosi esempi di animali che si aggrediscono. Nelle sculture, c'è
la preferenza a rappresentare bestie in atto d'inseguirsi od affrontarsi:
le scene di aggressione troveranno maggior favore negli ultimi secoli
del Medioevo (cfr. a l'Aquila, chiesa di S. Maria di Paganica: sull'arco
a coronamento del portale, 1318; la prima scenetta a sinistra raffigura
un lupo che addenta un coniglio).
3 — Per ingegnosità d'esecuzione é senz'altro uno fra
i migliori capitelli rimasti. La simbologia dell'ariete é stata
assai sfruttata nell'evo antico, e fin dai primi anni della cristianità
ha assunto significati anche antitetici. Animale sacro a Pan e a Giove,
divenne per i cristiani il simbolo rispettivamente del diavolo e del
Cristo, della sfrenata lussuria (cattedrale di Auxerre, Francia) e
del supremo sacrificio immolatorio. Vanno senz'altro considerate in
quest'ultimo senso tutte quelle raffigurazioni, come quella di Tolfa,
in cui l'ariete viene scolpito naturalisticamente e senza accompagnamento
di altre figure, e di cui elenco qui di seguito alcuni esempi.
A) — Acquapendente, S. Sepolcro, cripta (IX): capitello con quattro
teste di ariete, una per spigolo, inframezzate da fogliami.
B) — ibidem, capitello con due teste di ariete, su spigoli contrapposti,
ognuna con due corpi (uno per lato).
C) — ibidem, capitello di lesena (cioè dimezzato) con testa
di ariete.
D) — San Quirico d'Orcia (Si), Collegiata (anteriore all'XI): sulla
trabeazione sopra l'arco del portale di ponente aggettano tre teste
d'ariete.
4 — Questo capitello risulta unico nel suo genere. Scene di caccia
sono poco frequenti nella scultura medievale (C. L. Ragghianti, «
L'arte Bizantina e Romanica », ed. Casini, col. 381-2; VIII
sec.: scene di caccia, Cattedrale di Civita Castellana; caccia col
falcone, S. Saba a Roma), e il tema dell'arciere non é quasi
mai toccato. Nella chiesa della Madonna del Parto, a Sutri, una pittura
di epoca tardomedievale fornisce l'unico paragone, raffigurante appunto
un arciere che lancia contro un cervo delle frecce miracolosamente
respinte. Escluso il particolare delle frecce (peraltro difficilmente
rappresentabile su un unico capitello), ritroviamo la medesima iconografia,
con in più la conferma della natura dell'animale cacciato.
La raffigurazione ci riporta ad una ben nota leggenda del Gargano.
5 — La genericità del manufatto consente soltanto di fare più
ipotesi che considerazioni. Essendo privo di ogni decorazione, la
mancanza della lastra del coperchio si fa ancor più sentire.
Il materiale é lo stesso dei capitelli, indice dello sfruttamento
della medesima cava, ma non necessariamente di contemporaneità
con essi. La presenza di sepolture scavate nella viva roccia sotto
l'edificio ecclesiale e poi coperte dalle absidi (presumibilmente
nel XII sec.) indica soltanto che forse il sarcofago non era pertinente
alla primissima fase della chiesa.
Non é facile attribuire una datazione ad un manufatto così
generico e non decorato. La sua disadorna semplicità fa pensare
al modus vivendi cistercense ed ai sarcofaghi normanni dell'Italia
meridionale, fenomeni entrambi dell'XI-XII secolo, ma non é
possibile escludere del tutto una datazione anteriore a questa.
6 — Per questo capitello valgono le stesse considerazioni di cui al
n. 1.
7 — E' una grossolana e squadrata interpretazione medievale del capitello
corinzio classico, di cui esistono numerosissime varianti più
o meno aderenti al prototipo antico. Valgono anche per esso le considerazioni
globali fatte per il n. 1, con in più l'aggravante della totale
mancanza di decorazione nelle foglie, esclusa la punta leggermente
ripiegata, fatte salve le altre differenze. Esistono parecchi esempi
di capitelli con foglie così semplici (cfr. Orvieto, S. Lorenzo,
ciborio XII sec.) ma mai disposti su più girali ed in quantità
così alta come nel nostro. Lì la stilizzazione é
effettuata su tutto il capitello, nel nostro solo sugli elementi che
lo formano: si tratta di una scelta ben diversa, legata alla ricerca
della semplicità più che del formalismo estetico fine
a se stesso, scelta che anche gli altri manufatti di Piantangeli ci
suggeriscono ma non con la stessa evidenza.
8 ; 9 — Valgono le considerazioni espresse per il n. 1. E' degna di
nota la ricerca di preziosità fatta raccordando la base delle
volute col vertice delle foglie sottostanti, collegabile alle cospicue
dimensioni dei capitelli, che ne fanno gli esemplari più vistosi.
10; 11 — Valgono le considerazioni espresse per il n. 7. Del n. 11
si noti la pianta a forma rettangolare.
12 — E' senz'altro parte di una transenna, molto probabilmente di
quella delimitante il coro. Nell'architettura ecclesiale del medioevo
il coro posto al centro della chiesa era elemento tipico e costante,
e numerosi sono gli esempi giunti fino a noi (Roma, S. Clemente; Monreale,
Duomo; ecc.); nel VII sec. l'impiego delle transenne appare radicato
e diffuso, per poi continuare a lungo, con una gamma di decorazioni
pari a quelle dei capitelli per fantasia e ricchezza. Escludo che
il nostro elemento facesse parte dell'ambone della chiesa di Piantangeli
perché questo sarebbe risultato troppo grande rispetto al resto
dell'edificio, così come escludo che facesse parte della balaustrata
del presbiterio, della quale non risultano testimonianze in loco.
Accurati nell'esecuzione, gli animali facenti parte della decorazione
sono rappresentati nello stesso stile dei capitelli, con simmetria
precisa e puntuale e con la medesima sobria utilizzazione. Molto curata
ed esatta é anche la cornice rettangolare che li racchiude.
La mancanza di decorazioni superflue avvicina questo elemento ad altri
esemplari di transenne piuttosto recenti (Bominaco, L'Aquila, S. Pellegrino
(1263). Il tema delle fiere accovacciate e con la coda fra le gambe,
posa interpretabile sia come sottomessa e addomesticata (cfr. Sacra
di S. Michele, Val di Susa, capitello del portale, dopo X secolo),
sia come aggressiva e in atto di sopraffare (L'Aquila, S. Maria di
Paganica, arco sopra il portale, XIV sec.), qui é probabilmente
collegabile al primo dei due sensi indicati: negli animali manca l'evidenziamento
delle caratteristiche ferine altrimenti indispensabili.
13 — Assieme al leone, l'aquila é l'animale che in ogni tempo
ha più sollecitato la fantasia degli uomini: in Grecia fu una
delle metamorfosi di Giove; a Roma fu uno dei simboli del potere imperiale;
per i cristiani, fu simbolo sia di S. Giovanni Evangelista che del
trionfo glorioso di Nostro Signore. Per tutto il Medioevo, e anche
dopo, queste due fiere furono gli animali più usati e raffigurati
sugli scudi araldici, in virtù dell'impressione di forza e
potenza da essi esercitata. Perciò trovare aquile come elementi
decorativi nelle chiese medievali non è motivo di stupore.
Fra il IX e XIII secolo ne troviamo in grande quantità, dopo
che Carlo Magno nell'anno 800 fu il primo grande personaggio a fregiarsi
di tale simbolo.
Ecco una piccola scelta di esempi paralleli a Piantangeli: 
A — Pisa e Siena, Duomo, XIII sec.: aquila a sostegno dei messali
sui pulpiti (cfr. opere simili in Puglia).
B — Acquapendente, S. Sepolcro, cripta IX sec.: 3 capitelli interi
con un'aquila su ogni spigolo e un capitello di lesena con un'aquila
sulla faccia anteriore.
C — S. Quirico d'Orcia, Collegiata, 1288: su due dei portali esterni,
aquila su una coppia di capitelli; sulla lunetta di una bifora esterna,
un'aquila isolata (tutte simili a quelle di Piantangeli).
D — L'Aquila, chiesa di S. Marciano, XIII sec.: aquila sui capitelli
del portale (accostata dagli altri simboli degli Evangelisti; assai
simile a Piantangeli).
E — L'Aquila, S. Maria di Collemaggio, Porta Santa; e Civita Castellana,
Duomo, portale (con numerosi altri esempi): aquila a coronamento degli
archi sopra la porta.
F — Avigliana (Torino), edificio diruto nel centro storico: capitello
di bifora con aquila agli spigoli.
G — Aquila isolata a decorazione di amboni (Moscufo (PE)), 1159; Ravello,
XII-XIII sec.; Sessa Aurunca, XIII) e di cattedre vescovili (Canosa
di Puglia, 1078-H — Pavia, S. Michele, portale: aquila su un angolo
di un capitello (posteriore al VII-VIII sec.).
Notiamo quindi che l'uso di aquile su capitelli interni alle chiese,
come sono quelle di Piantangeli, è più limitato rispetto
a quello su altri elementi. Si predilige l'uso su pulpiti o sopra
i portali, per sfruttare le qualità plastiche delle figure,
oppure su capitelli esterni all'edificio. La posa dell'animale é
la stessa in ogni esempio, ad ali aperte con la punta verso il basso,
più sfruttabile esteticamente e più ricca di senso protettivo
(cfr. le ali degli angeli nelle pitture medievali), rispetto a quelle
con le punte in alto, senz'altro più rapace e quasi esclusiva
nell'uso araldico.
Il ricco piumaggio fa delle aquile di Piantangeli le figure più
decorate e rifinite, forse più per sottolinearne le caratteristiche
che a causa di una diversa fonte di esecuzione rispetto alle altre.
Mancano, nei capitelli giunti fino a noi, altri simboli degli Evangelisti;
tuttavia è forse da escludere l'ipotesi di una forma particolare
di culto verso S. Giovanni nella chiesa di Piantangeli.
14 — Per quanto riguarda le facce b), c), d), valgono le osservazioni
relative al n. 1. Sulla faccia d) va segnalata la presenza di un piccolo
volto umano, senza corpo, che è un elemento fra i più
caratteristici dell'arte decorativa medievale. Lo troviamo usato in
particolare all'esterno delle chiese, sui falsi archetti oggettanti
alle pareti (L'Aquila, S. Domenico, posteriore al XIII sec.; Ponzano
Romano, S Andrea ad Flumine, anteriore al 962) o come decorazione
aggiunta su grandi superfici (es. a coronamento della facciata o sugli
archi interni della costruzione). Tale uso di completamento e sottolineature
venne esteso senza difficoltà anche ai capitelli, di cui quello
di Piantangeli é un esempio classico e semplice. La figura
della faccia a) merita un discorso a parte. Si tratta di una sirena,
intesa nel senso medievale e non antico, cioè un mostro metà
donna e metà pesce, discendente dalla Scilla dei greci e di
cui esistono alcuni esempi (cfr. Sovana, Tomba della Sirena, IV-III
sec. a.C.). Questo personaggio, noto in araldica col nome di Melusina,
fu oggetto di numerose leggende medievali, soprattutto in zone di
influenza francese, e godette di una certa fama. Tema caro ai Bestiari
manoscritti, la Melusina fu molto diffusa nella scultura medievale
europea, grazie anche ai numerosi spunti plastici offerti dalla sua
spiccata simmetria; un elenco sommario dei paragoni possibili é
perciò forzatamente assai riduttivo:
A — Cividale del Friuli, Museo Archeologico, VIII sec. (?);
B — Montefiascone (VT), S. Flaviano, 1032-1302; é la meno dissimile
dalla nostra di Piantangeli;
C — Monreale (PA), chiostro del Duomo, XII sec., almeno due capitelli
raffigurano anche una Melusina;
D — Como, S. Fedele, XII sec.;
E — Alba Fucens, pannello, VI sec.;
F — L’Aquila, S. Maria di Collemaggio, XII sec. Melusina in cima al
portale sinistro con code floreali anziché ittiche;
G — Acquapendente, S. Sepolcro, IX sec., cripta, capitello di lesena.
L'iconografia della Melusina di Piantangeli si attiene allo schema
classico, che vede la figura femminile stringere ognuna delle code
nei pugni alzati. Ciò che la rende unica é l'assenza
di alcuni segni distintivi quali i capelli e le squame, elementi tipici
e di cui si fa ampio uso nelle leggende orali ed in ogni altra figurazione
esaminata. Questo succede non per incuria da parte dello scultore,
che ha peraltro raffigurato la Melusina con precisione (occhi, viso,
mani a 5 dita, ecc.); ma per sua scelta evidente: é una figura
schematica, quasi geometrica e totalmente simbolica. Se la Melusina
raffigura la lussuria, come vuole la maggioranza degli studiosi, allora
quella di Piantangeli ne é l'esempio e il simbolo più
schietto e meno compiaciuto, più significativo e meno stuzzicante.
Allineata allo stile sobrio degli altri elementi, é però
la figura in cui più risaltano stile, cultura e temperamento
dell'artista scultore.
15 — Per questo capitello valgono le considerazioni svolte per il
n. 2, tenendo ovviamente presenti le differenti pose degli animali.
Non é escluso che le scene scolpite facessero parte di una
storia unica, almeno limitatamente a questo capitello; l'ani¬male
della faccia b) é presente anche sulla faccia a), ma i due
animali di questa faccia sono senz'altro diversi da quelli del capitello
n. 2. A titolo di raffronto, ricordiamo:
A — L'Aquila, S. Maria di Paganica, arco del portale (1308) vera raccolta
di scenette brulicanti di animali, isolati o a coppie;
B — L'Aquila, S. Pietro di Coppito, arco del portale (XIV sec.) simile
al precedente ma meno ricco di figure;
C — Paganica (AQ), chiesa dell'Immacolata, facciata con lapide romana
di riutilizzo scolpita con scene di animali (aquile soranti, cervi
inseguiti da cani, arieti, pavoni).
Notiamo che il coniglio, animale caro alla tradizione classica e notissimo
nel medioevo, viene scarsamente usato nelle scul¬ture; l'animale
del capitello in questione potrebbe essere anche un asino, molto popolare
anch'esso, e non in senso negativo.
16 — Valgono le stesse considerazioni espresse per il n. 1. A differenza
del n. 14, faccia d), l'ornamento fra le volute é un fiore
e non un volto umano; ciò, unitamente alla foggia a spigoli
acuti, pone questo capitello in evidenza particolare rispetto agli
altri, forse in relazione ad un suo impiego in luogo più visibile.
CONSIDERAZIONI
CONCLUSIVE
IV — Questi capitelli sono senz'altro opera di una personalità
sicura, tendente al concreto, conoscitrice e partecipe della cultura
del suo tempo; dotato di una certa istruzione, di un temperamento
attento ai riferimenti terreni e morali delle figure da lui rappresentate,
questo artista badava a raffigurare in forma semplice i suoi soggetti,
trascurando le ornamentazioni ricche e superflue e limitandosi a sottolineare
con piccoli dettagli i lati più salienti delle sue raffigurazioni
(l'erba fra le zampe degli arieti). Evita, con una frugalità
quasi ascetica, perfino decorazioni praticamente essenziali come i
capelli e le squame della Melusina, a dispetto anche dal suo desiderio
di precisione che lo spinge a riprodurre fedelmente i dettagli anatomici
dei corpi (mani a 5 dita, volti, ecc.). Artista libero da schemi,
cura la simmetria ordinata (melusine e capitelli compositi) ma é
abile anche nelle figurazioni a schema libero (capitello del cacciatore,
animali) e in quelle con ordine più complesso (arieti); conosce
opere similari e tende a riprodurle più che a ricopiarle, con
buon gusto ed una certa fantasia. Sa creare, e il capitello del cacciatore
ne é la prova, sia per proporzioni fra le masse che per precisione
e cura psicologica delle figure. Forse non é un lapicida di
professione, perché evita i lavori di virtuosismo scultorio
(fogliami, volute, ecc.) tanto comuni nel suo periodo. Molto probabilmente
era un chierico
dell'abbazia, in grado di viaggiare e di attingere alle fonti di cultura
necessarie; una delle tante figure tuttofare di cui il medioevo é
ricco, un uomo di chiesa ma non di curia, colto ma vicino alla gente,
conoscitore dei classici e della tradizione popolare.
V — Cenni sulle posizioni dei manufatti nella planimetria originaria.
A — Il sarcofago.
Le dimensioni relativamente piccole dei resti della chiesa di Piantangeli
(circa 20 m. di lunghezza per 12 di larghezza) inducono a ritenere
che esso fosse posto al di fuori oppure sulle sue mura, piuttosto
che nel suo interno; forse era anzi conservato nell'ambito di uno
dei diversi edifici le cui fondamenta si individuano ancora attorno
alla chiesa, tuttavia non é possibile portare prove precise
pro o contro queste ipotesi.
B — Le lastre.
I resti della chiesa, a tre absidi, indicano nel suo centro la presenza
di un recinto, molto probabilmente un coro. Le lastre conservate a
Tolfa sono, con molte probabilità, pertinenti ad es¬so,
e potevano costituirne una parte del perimetro.
C — I capitelli.
Sono raggruppabili in tre gruppi di dimensioni: grandi (7 esemplari),
medi (5), piccoli (2); raggruppandoli invece per disposizioni di decorazioni
notiamo che solo uno é certamente decorato nelle quattro facce,
mentre ben 11 lo sono solo sulla metà o sulla faccia anteriore
(i restanti due non sono decifrabili). Sulla planimetria si notano
i segni o i resti di 8 basamenti di colonne (4 fra ogni navata): in
corrispondenza ad essi, sulle pareti non si notano tracce di colonne
laterali o di lesene, di cui tuttavia dobbiamo ammettere l'esistenza,
vista la gran quantità di capitelli di lesena (quelli decorati
a metà) che ci sono pervenuti. I due capitelli piccoli molto
probabilmente decoravano le finte colonne dei portali, di cui restano
scarse tracce. Davanti alla facciata sono ancora i resti di un ambiente,
forse un ingresso porticato (cfr. Roma, S. Clemente, ingresso originario;
Milano, S. Ambrogio); l'attuale presenza di un piccolo cumulo di rocchi
di colonna fra i resti di quest'ambiente induce a credere che il numero
dei capitelli di Piantangeli rimasti sia, tutto sommato, piuttosto
scarso.
VI — Datazioni; un suggerimento sugli scopi di Piantangeli.
Dagli esempi e dai paragoni effettuati, abbiamo visto come tutti i
capitelli di Piantangeli siano esempi locali di raffigurazioni comuni
all'arte ed al pensiero medievale. Fa eccezione il capitello dell'arciere,
per il quale sarebbe auspicabile in futuro un'indagine più
capillare ed esclusiva. Per quanto riguarda lo stile delle raffigurazioni,
abbiamo invece notato che i paragoni possibili sono pochi: non é
facile trovare esempi artistici medievali in cui semplicità
e schematismo delle figure si uniscano ad una voluta mancanza di decorazioni
superflue ed estetizzanti e ad un acuto senso della simmetria e del
buon gusto. Ognuno di questi parametri ha incontrato accoglienze diverse
nel corso del tempo. Le figure semplici o ridotte in schemi vengono
in uso fin dai tempi delle invasioni barbariche; le decorazioni, geometriche
o floreali che fossero, dopo essersi grandemente diffuse in parallelo
con le decorazioni consimili dei manoscritti, verranno gradatamente
meno a partire dalla ripresa dell'attività edilizia in grande
stile a cavallo fra il X e l'XI secolo (quando sull'Europa «
...si stese un bianco mantello di chiese »). La simmetria ed
il buon gusto nell'arte sono esigenze connaturate all'uomo. Nel medioevo,
tuttavia, le tecniche artistiche non consentirono sempre agli artefici
di trasferire fedelmente sugli oggetti le proprie intenzioni; ciò
soprattutto fu vero nelle zone più lontane da luoghi di traffico.
Se lo stile delle decorazioni dei capitelli di Piantangeli ha pochi
riscontri, la loro natura é invece assai meno originale. Perfettamente
inseriti nelle correnti di pensiero, nelle abitudini e nelle consuetudini
del tempo essi trovano facilmente paragoni sia dentro che fuori d'Italia.
Gli esempi che ho riportato (limitandomi soltanto a quelli nostrani)
coprono globalmente un arco di tempo piuttosto ampio, fra l’VIII e
il XV secolo. Considerando anche lo stile, dimezziamo quest'intervallo e poniamo fra il X ed il XII secolo l'epoca della presumibile realizzazione
delle opere esaminate.
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Maurizio Gorra
LA CERAMICA DI PIANTANGELI
I
reperti provenienti dalle prospezioni archeologiche di superficie
effettuate nel villaggio abbandonato di Piantangeli (57), consistono
quasi esclusivamente di frammenti ceramici. L'abbondanza di materiale
visibile a livello di campagna ha suggerito l'opportunità di
progettare un sistematico lavoro di raccolta che ha confermato una
volta di più la validità di tale metodo d'indagine (58).
Nella realizzazione della planimetria generale, il sito è stato
suddiviso in quattro settori (59):
1) SETTORE A: Interno della chiesa, con due ulteriori differenziazioni,
Al e A2, rispettivamente per l'abside sinistra (Al), e per la Torre
Campanaria (A2).
2) SETTORE B: Interno cortina muraria;
3) SETTORE C: Esterno cortina muraria;
4) SETTORE D: Abitato.
SETTORE A
All'interno dell'area delimitata dai muri in elevazione dell'edificio
sacro sono stati recuperati 365 frammenti. Altri 368 provengono dalla
terra di riempimento dell'abside sx (Al), che, al momento del nostro
intervento, risultava già scavata da ignoti per una profondità
di cm. 105 dal piano su cui doveva essere impostato il pavimento.
E' stata dedicata particolare attenzione alla completa ripulitura
della cortina absidale sx che ha evidenziato alcune fosse tombali
tagliate nel pancone trachitico. Tali sepolture vennero verosimilmente
disturbate, come risulta dalla investigazione architettonica, durante
la costruzione dell'abside riferibile alla fase romanica della chiesa
(sec. XII). Si sono recuperate fra l'altro almeno quattro anfore (olle
acquarie) frammentarie, che contenevano ossa umane: una di queste
è stata ricostruita quasi integralmente. La fase romanica della
chiesa costituisce quindi un possibile « terminus ante quem
» per la ceramica contenuta nella terra di riempimento dell'abside
sx.
Analoga indicazione è fornita dal fondo della torre campanaria
(A2), che ha restituito 23 frammenti.
SETTORE B
Dall'interno della cortina muraria, dove si evidenziano anche strutture
riferibili alla rocca, provengono 301 frammenti.
SETTORE C
All'esterno, lungo le pendici della stessa collina, sono stati recuperati
840 frammenti.
SETTORE D
La zona dove sorgeva l'abitato é stata individuata a sud-ovest
della collina principale (60), dalla quale dista circa 250 metri.
Le abitazioni erano organizzate su tre terrazzamenti abbastanza regolari.
La concentrazione dei reperti fittili ivi recuperati, suggerisce con
buona approssimazione l'ampiezza di circa m. 250x80. I 753 frammenti
provengono dalla superficie e da strati più profondi; infatti,
il terreno, attualmente destinato a pascolo, viene periodicamente
sottoposto ad interventi meccanici per estirpare la macchia invadente
e presenta larghe buche irregolari, profonde mediamente 70 cm.
L'insieme del materiale ceramico rappresentato da 2650 frammenti è
stato diviso in quattro gruppi cronologici all'interno dei settori
da cui provengono, consentendo la realizzazione di una tabella di
distribuzione dei diversi tipi nel luogo e nel tempo (Fig. 1). Analisi
del materiale (61)
La quantità dei reperti ceramici calcolabile in quasi 2700
pezzi é veramente notevole, purtroppo però il loro stato
di conservazione, decisamente frammentario, non ha consentito di ricostruire
integralmente più di un recipiente. Mancando, quindi, com'è
evidente, la possibilità di effettuare confronti per la forma,
l'interpretazione si è basata soprattutto sulla tecnica di
copertura, sulla decorazione e sull'impasto. Per avere poi una immagine
globale del sito, era opportuno non privilegiare certi tipi, relativamente
più facili da determinare, rispetto a quelli privi di caratteristiche
peculiari, anche perché questi ultimi costituiscono il gruppo
più consistente.
CERAMICA
DI TRADIZIONE TARDO ROMANA
Appartiene
all'ultima produzione romana di ceramica comune, un esiguo gruppo
di frammenti ad impasto quasi tenero, ben depurato, di tonalità
dal cuoio rosato al rosso. Un'ansa e un bordo mostrano particolari
che ricordano la produzione classica, mentre gli altri, molto deteriorati,
evidenziano solamente la loro appartenenza a forme chiuse. (disegni
e le fotografie sono di Riccardo Berretti.)
Per l'apparente assenza di quell'associazione di materiali che si
riscontra in livelli tardo imperiali (Lamboglia, 1950, 21), questi
frammenti sembrano potersi collocare in periodo alto medievale. L'assoluta
mancanza di ceramiche sigillate, prodotte nel Mediterraneo fino al
VII secolo (J. W. Hayes, 1972) potrebbe rappresentare un possibile
« terminus post quem » per la data di fondazione di questo
insediamento. Allo stesso periodo dovrebbero appartenere un orlo a
mandorla in rozza terracotta e 32 frammenti di parete; provengono
quasi tutti dal settore D. Si illustrano solamente quelli che offrono
qualche possibilità di identificazione.
1) Porzione di ansa a sezione trapezoidale appartenente ad olpe. Argilla
rosa, depurata, quasi tenera (Fig. 2, n. 1).
2) Orlo estroflesso e arrotondato di olpe. Argilla rossa, depurata,
tenera (Fig. 2, n. 2).
3) Orlo a mandorla in rozza terracotta, di tonalità rosso bruno,
imitante la forma Lamb. 10A della terra sigillata chiara (Fig. 2,
n. 3).
4) Porzione di ansa appiattita, impostata all'orlo, con avvio di parete.
Impasto duro con minuti inclusi bianchi, superficie ruvida di tonalità
rosso arancio. L'impasto è simile a quello delle olle in rozza
terracotta presenti nei livelli riferibili alle ville tardo imperiali;
la forma, invece, specialmente per quanto riguarda l'impostazione
dell'ansa, è confrontabile a quella della pignatta medievale
(Fig. 2, n. 4).
CERAMICA ALTOMEDIEVALE
L'apporto che l'archeologia ha dato alla conoscenza della produzione
ceramistica dell'altomedioevo è ancora scarso. In particolare
per ciò che concerne la campagna romana, non vi sono pubblicazioni
di scavi sistematici in stanziamenti databili dall'VIII al IX/X sec.
d.C. (62). Unici punti di riferimento seno le ceramiche provenienti
dalle necropoli cosiddette barbariche dell'Italia Centrale (63) e
i fittili impiegati nell'edilizia laziale (64).
Considerando che la frammentarietà dei reperti non permette
comparazioni sicure attraverso le normali fonti bibliografiche, i
confronti sono esclusivamente avvenuti, quando è stato possibile,
con i materiali esposti nei musei di Roma, Tarquinia, Allumiere e
Orvieto.
Ceramiche prive di rivestimento
Se si escludono i 7 elementi di brocca a « vetrina pesante ed
uno coperto di colorazione rossa, il complesso dei frammenti attribuibili
a questo periodo è privo di qualsiasi copertura anche terrosa.
Le forme individuate sono anfore e brocche. Completamente assenti
le forme aperte. Sono distinguibili due tipi di impasto: a) rozzo
rossastro: b) depurato, dal beige al rosa chiaro.
1) Frammento di ansa a nastro di grosso contenitore, impostato alla
altezza dell'orlo, impasto rosso mattone, duro, con minutissimi inclusi
bianchi; in frattura presenta anima grigia molto scura (Settore B)
(Fig. 3, n. 1).
2) Frammento di parete di probabile anfora, con le stesse caratteristiche
tecniche del frammento n. 1 (Settore D) (Fig. 3, n. 2).
3) Frammento di ansa a nastro appartenente ad anfora (cfr. Mazzucato,
1977, fig. 69), impasto rossiccio, duro, mediamente depurato (Settore
B) (Fig. 3, n. 3).
4) Frammento di parete di anfora con traccia dell'attacco d'ansa;
impasto analogo al Fr. 3 (Settore B) (Fig. 3, n. 4).
5) Frammento di parete d'anfora con corpo ovoidale (cfr. Mazzucato,
1977, .Fig. 67). Impasto duro, depurato, beige rosato (Settore C)
(Fig. 3, n. 5).
6) Porzione d'ansa superiore, con due leggere scanalature, pertinente
a grosso contenitore in uso fino all'XI sec. Impasto rosa pallido,
ben depurato, duro (Settore B) (Fig. 3, n. 6).
7) Orlo arrotondato di brocca in terra giallo rosata, quasi dura,
con minutissimi inclusi scuri. Si nota l'avvio dell'ansa sotto la
svasatura del labbro (cfr. Mazzucato, 1977, Fig. 4) (Settore C) (Fig.
3, n. 7).
8) Orlo espanso e arrotondato di olla o brocca. Impasto duro e depurato,
di tonalità rosa chiaro. (Settore B) (Fig. 3, n. 8).
9) Orlo espanso e appiattito di piccola olla o brocca; impasto rosato
semiduro, ben depurato (Settore D) (Fig. 3, n. 9).
10) Fondino umbonato di brocchetta su piede a disco appena rilevato;
impasto rosato, semiduro, depurato., (Settore D) (Fig. 3, n. 10).
11) Frammento di fondo apodo di brocca con avvio di parete ricurva;
impasto beige rosato, depurato, piccoli inclusi scuri su tutta la
superficie (Settore D) (Fig. 3, n. 11).
12) Due frammenti di anse appartenenti a brocchette: la prima con
impasto duro, rosa chiaro, con sezione a fagiolo; la seconda con impasto
beige, tenero, con sezione a nastro leggermente insellato (Settore
B) (Fig. 3, nn. 12 e 12/bis).
13) Un frammento particolarmente interessante proveniente dal settore
C. E' stato recuperato a poca distanza dalla cortina muraria dell'abside
sx della chiesa, in un punto dove il terreno scosceso reca tracce
evidenti di smottamenti avvenuti in epoche non troppo recenti. Si
tratta di un fondo con avvio di parete appartenente a contenitore
di medie dimensioni (forse brocca), apodo con fondo piano. La parete
esterna, che presenta larghe scanalature orizzontali, poco profonde,
è ricoperta da colorazione rosso slavato che investe anche
una parte della base. La materia colorante sembra essere stata applicata
con la tecnica del bagno a crudo. L'impasto è depurato, quasi
duro, di tonalità beige chiaro, in qualche zona rosso per assorbimento
di colorante in cottura (Settore C) (Fig. 4, n. 1).
Tale frammento dovrebbe rappresentare una imitazione di età
altomedioevale delle ultime « sigillate ». Sarebbe interessante
un confronto col materiale coevo di Luni dove H. Blake ha messo in
luce una notevole quantità di ceramica ad ocra rossa (65).
Ceramica a vetrina pesante (Forum Ware)
Sono solamente 7 i frammenti da assegnare a questa classe. Benché
i problemi circa l'origine e datazione delle prime invetriate medievali
prodotte nel Lazio siano ancora aperti (66), appare comunque chiaro
che tale tipologia non è andata oltre il mille.
1) Frammento di ceramica invetriata appartenente al corpo di un vaso
chiuso. La vetrina è brillante, verde oliva con sfumature giallastre;
l'impasto è duro, rosso chiaro, con inclusi rosso mattone e
bianchi (Settore B) (Fig. 4, n. 2).
2) Frammento analogo al precedente per quanto riguarda la forma di
appartenenza e il rivestimento. Qui l'impasto è più
compatto e depurato, con piccoli vacuoli in frattura. Rosso all'interno
e grigio dalla parte a contatto con la vetrina (Settore B) (Fig. 4,
n. 3).
3) Parte superiore di beccuccio cilindrico, leggermente schiacciato
e unito all'orlo del vaso. E' ricoperto di vetrina « matta »
verde giallastra; impasto duro, di tonalità grigio scuro. E'
simile a quelli che si riscontrano in alcuni esemplari recuperati
nel Foro Romano (Mazzucato, 1979, Tav. 1, 4) (Settore C) (Fig. 4,
n. 4).
Ceramica a macchie di vetrina (sparse glazed)
Nel Lazio ha oltrepassato il Mille, con persistenza almeno fino al
XII secolo (D. Whitehouse 1967, pagg. 53-55 e O. Mazzucato 1976, pagg.
5-9), l'uso di decorare le brocche con vetrina pesante applicata a
zone. I due frammenti di Piantangeli presentano impasto molto duro,
compatto, chiaro, sottile, tecnicamente confrontabile con quello delle
olle acquarie provenienti dal pavimento del Palazzo Diaconale di Santa
Maria in Cosmedin (O. Mazzucato 1970, pagg. 352-8).
4) N. 2 frammenti di brocchetta a parete sottile, rivestiti esternamente
di vetrina verde oliva applicata a macchie; impasto duro, depurato,
di tonalità rosa molto chiaro. In un caso sono evidenti sulla
parete esterna scanalature da tornio. Provengono dal settore A. (Fig.
4, nn. 5, 6).
CERAMICA MEDIEVALE
Al punto in cui si trova lo studio della cultura materiale del medioevo
in Italia, i tipi di ceramica che possono essere datati con precisione
sono pochi e riguardano soprattutto le invetriate al piombo e allo
stagno entrate in uso nel XIII secolo. La produzione dei due secoli
precedenti é ancora nebulosa, specialmente per quanto riguarda
il materiale da cucina. Nel Lazio settentrionale, la ceramica rozza
proveniente da scavi controllati è rappresentata da frammenti
di difficile interpretazione.
Per la ceramica depurata, invece, almeno un punto è stato fissato:
il rapporto tra forme chiuse e forme aperte é nettamente a
favore delle prime fino dal XIII secolo, muta decisamente con l'avvento
delle prime invetriate e smaltate tardo-medievali. Anche a Piantangeli
é stata riscontrata un'analoga situazione: l'unica forma aperta,
attribuibile a questo periodo, é costituita da rozzo materiale
« testaceo »(67).
Ceramica depurata
Dei 750 frammenti in argilla depurata, privi di rivestimento, appartenenti
ad anfore (olle acquarie) e brocche in uso dalla fine dell'XI al XIV
secolo, 11 risultano decorati a pittura rossa (68).
1) Frammento di brocca decorato con una linea orizzontale ondulata
incisa a crudo e con larga pennellata di ossido rosso. Il tipo d'impasto
rosso, argilloso, duro, contenente piccolissimi inclusi calcarei e
quarzosi e la coesistenza delle due tecniche decorative, potrebbero
giustificare una datazione intorno al IX secolo. Da tener presente,
però, che questo frammento proviene dalla terra di riempimento
dell'abside sx che ha fornito un gruppo omogeneo di reperti dotato
di probabile « terminus ante quem » al XII secolo (v.
sopra pag. 1). Non è escluso tuttavia che possa appartenere
al corredo di una delle sepolture preesistenti disturbate dall'ampliamento
dell'edificio. Con i dati attualmente disponibili, questa rimane solamente
una ipotesi plausibile (Settore Al) (Fig. 5, n. 1).
2) 3 frammenti appartenenti al fondo piatto di un boccale (o brocchetta)
con ventre probabilmente ovoidale allungato, munito d'ansa a nastro,
di cui si nota l'attacco inferiore. Sulla parete una pennellata di
ossido rosso deborda fin sotto il fondo. Impasto rosato duro (Settore
B) (Fig 5, n. 2).
3) Frammento di parete analogo al vaso di cui al n. 1, decorato con
larga pennellata rossa (Settore B) (Fig. 5, n. 3).
4) 4 frammenti di contenitore di forma chiusa decorati a bande rosse
più o meno larghe. Impasto rosato, duro. Tre provengono dal
settore A e l'altro dal settore B (Fig. 5, n. 4).
5) Frammento di orlo espanso e arrotondato. All'esterno colature di
ossido rosso, impasto duro, ben depurato. Proviene dal fondo del campanile
(Settore A2), è quindi da mettersi in relazione con la fase
romanica della chiesa (Fig. 5, n. 5).
6) Frammento di parete d'anfora con l'attacco superiore dell'ansa
a nastro. Impasto duro, giallo-rosato. E' decorato con larga pennellata
di colore rosso (Settore B) (Fig. 5, n. 6).
Anche gli altri 739 frammenti, di cui si illustrano alcuni elementi
peculiari, rappresentano generalmente contenitori d'acqua. Non si
sono riscontrate in questi, decorazioni plastiche né pittoriche,
fatta eccezione per un solo reperto |