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La Tuscia Romana e la Tolfa Ponzi
 

La Tuscia Romana e la Tolfa.
Memoria del Socio PONZI
letta nelle sedute del 4 marzo, 8 aprile, 6 maggio e 3 giugno 1877.

INTRODUZIONE

Sulla estensione dei continenti come sulle isole, che interrompono la continuità dei mari, s'incontrano sovente certe regioni, le quali, sia per accidentalità di terreno, sia per discordante fisionomia col circostante paese, sia per la diversa natura del suolo, presentano un carattere tutto particolare, che richiama l'attenzione del geologo, sempre diretta alla ricerca dei grandi fenomeni di natura. Tali sono quei punti verso i quali le forze concentrate del pianeta si diressero e li fecero teatro dei più sorprendenti avvenimenti, lasciandovi le traccie indelebili del loro tremendo passaggio. Una di queste contrade presso di noi è la Tolfa; paese formato da un gruppo di monti che lungo il littorale tirreno sovrastano i paraggi di Civitavecchia, e che sebbene poco rilevati, pure danno a scorgere essere stati prodotti da meravigliose e straordinarie operazioni cosmiche. La svariata quantità di minerali, la magnificenza delle loro cristallizzazioni resero celebre quel paese, e perciò nei passati tempi non solo fu visitato dai curiosi della natura, ma altresì da speculatori industriali. Al finire del passato secolo, ed al principio del nostro, scrissero sulla Tolfa, Arduino, Fortis, Breislak, Brocchi; ma la geologia in quei tempi trovandosi ancor minorenne, navigava in acque basse, né peranche si era lanciata a veleggiare in alto mare, come ha potuto fare dopo di loro. Laonde gli studi da essi publicati si ridussero a semplici osservazioni locali, e sulle roccie raccolte. Non mancarono però in appresso a peregrinarvi geologi stranieri di bella fama, a fine di conoscere i prodotti utilizzabili: ma nessuno fin qui spese parole che potessero soddisfare i desideri della scienza. Cosicché si può dire che quella interessante contrada attende ancora una illustrazione capace di farla giustamente apprezzare.
È vero che la curiosità di conoscere i monti della Tolfa presto si destò anche in me, e per iscoprirne la natura e l'origine vi passai molti anni in ricerche ed osservazioni. È vero anche che in quelle peregrinazioni raccolsi molto materiale scientifico, ma ciò non tolse che avvenisse a me quel che suole accadere anche ad altri, cioè, che per avere il meglio si trascura il buono, e perciò nell'intenzione di accrescere il numero delle nuove cognizioni, tenni in serbo le già acquistate, né ho mai messo fuori un resoconto del mio operato. Ma ora, per ragione di età, non essendomi più permesso trascorrere alpestri contrade, non v'ha più ragione d'indugio, né posso più in coscienza defraudare la scienza, col correre rischio di mandare all’oblio ciò che le spetta. Così raccolgo le reti, e metto fuori il raccolto, qualunque sia, per farlo di pubblica ragione.
Dovendo dunque tener parola di ciò che feci, mi conviene avvertire il lettore che in una impresa di tal natura, per quanto abbia lavorato, il risultato ottenuto non è tale che non lasci ancora molto a desiderare. Imperocché lo studio della natura è inesauribile, e ad ogni passo sorgono nuove manifestazioni, nuovi portenti. Tuttavia mi faccio coraggio, e affronto l'impresa con una esposizione geologica di quella interessante regione, rimettendo lo studio speciale dei minerali ad un altro lavoro, o a chi verrà dopo di me. Prima però di porre mano a questa qualunque sia si opera devo premettere che le operazioni di natura che sto per trattare furono così grandi, svariate e ripetute, che non si limitarono soltanto ai monti tolfetani, ma, diffuse in un'area vastissima, che comprende quasi tutta la Tuscia romana, misero a soqquadro un gran tratto del suolo subapennino. Cosicché per conoscere la Tolfa conviene abbozzare un quadro generale di tutto il paese che dovetti percorrere, onde completare per quanto mi è stato possibile il concetto che dobbiamo farci di quella contrada italiana. Ciò posto, ecco il mio programma. Divido il lavoro in quattro sezioni: nella prima parlerò di geografia; però solo di quelle parti che conferiscono al fine proposto, cioè della orografia, della idrografia, e delle perenni alterazioni a cui vanno soggette le prominenze: nella seconda della geologia per far conoscere i diversi terreni che costituiscono quella contrada e la sua storia fisica: nella terza, meglio tratterò e con maggior dettaglio delle operazioni di natura nella produzione dei monti della Tolfa: nella quarta in fine darò un cenno di ciò che fece l'umana industria dei suoi minerari prodotti.I. GEOGRAFIAL'area che forma il soggetto di questo lavoro scientifico è quella parte della zona subapennina, che nell' Italia centrale intercorre fra la catena dei monti Sabini e il littorale tirreno. Essa è compresa fra il corso del fiume Fiora e l'ultimo tronco del Tevere: vale a dire si distende in lunghezza da Roma al confine toscano e in larghezza dalle radici apennine al mare. Questa regione, sede una volta della dominazione etrusca, fu conquistata per essere assorbita nel gran mondo romano, e perciò nel medio evo ebbe il nome di Tuscia romana. Passata poi a far parte delle provincie del patrimonio di s. Pietro, restò governata dai pontefici fino a che venne riunita al Regno d'Italia, e tuttora compresa nella provincia di Roma. Noi stimiamo meglio in questo lavoro lasciarle il nome medioevale di Tuscia romana, perchè ci sembra il più esclusivo degli altri che ha portato, come anche perchè rammenta la sua primitiva origine. L'area etrusca, come l'abbiamo circoscritta, può essere distinta nella sua lunghezza in due zone: una esterna o littorale che comprende i monti tolfetani, l'altra interna, depressa intercorrente fra questa e gli Apennini. Però convien dire ché, se si eccettuino i monti di Tolfa per la loro sporgenza, tutto il restante paese è basso e gibboso qual si conviene ad un fondo di mare messo in secco. Per questa forma geografica generale il gruppo tolfetano sorge come un antemurale di fronte alle catene apennine da cui dista per la zona interna. La posizione poi di questi monti e la stessa loro natura portano a considerarli come un brano distaccato della catena littorale tirrena, o una continuazione della metallifera di Toscana , di cui da prova l'intercorrente Monte di Canino, che fa pensare ad una segreta o sotterranea continuità.
Dati questi generali cenni, dovendo ora scendere ad una più minuta descrizione delle parti costituenti la Tuscia romana, credo pregio dell'opera pregare il lettore che, a maggior intelligenza di ciò che siamo per dire, sarebbe bene avesse sotto gli occhi la carta di tutto il paese preso ad esame, perchè in astratto e senza il soccorso della vista ne sarebbe difficile l'intelligenza. Una grafica esposizione fa meglio risaltare la mutua relazione delle parti, da cui deriva la forma generale del suolo.
Disposte in tal modo le cose, salta subito agli occhi, non solo un apparente disordine nel gruppo dei monti tolfetani; ma altresì la loro separazione e isolamenti a distanze diverse, da dare l'idea di un piccolo arcipelago. E sì che tale dev'essere stato quando ancora le bassure subapennine erano sott'acqua, la quale poi scolata per lenta e generale emersione, tutti quei colli si fusero insieme da risultarne un gruppo rilevato sulle spianate subapennine. Però è da notare che il fiume Mignone coi suoi serpeggiamenti, nell'attraversare quelle giogaje in epoche etrusche segnò il confine fra due lucumonie, separando a destra quella di Tarquinia, corrispondente al moderno Corneto, a sinistra quella di Cere, rappresentata oggi dalla città di Cerveteri o Cere vetus e per tale ragione i primi sono appellati Tarquiniensi, gli altri Ceriti o Ceretani. Questi costituiscono la massa maggiore, o i monti della Tolfa propriamente detti , che potrebbero essere altresì distinti in due parti dal corso del Rio-fiume diretto a separare le colline del Sasso; ma di questa distinzione non terremo conto perchè in verità non è molto marcata. Ora per servire meglio alla chiarezza fa d'uopo procedere con ordine, e tracciare i maggiori rilievi tenendo dietro alla linea dello spartiacque della massa tolfetana, per passare poi alle parti più depresse o alle valli percorse e segnate dal corso delle acque. Torna su Quella linea adunque di cui teniamo parola s'incomincia a scorgere sui monti di Cerveteri dai quali s'innalza per raggiungere il castello del Sasso, alto sul livello del mare m. 429. Da questo punto i monti si dilatano declinando a ponente verso la spiaggia, e risalendo a levante per formare quella specie d'anfiteatro che dicesi la Vallascetta sul piovente nella Lenta. Dalla parte più rilevata di questo cerchio si spiccano due bracci: uno va a formare il Monte Castagno, l'altro Montisolo, che camminando fra ponente e tramontana finiscono col riunirsi e scendere a quella punta sulla quale venne eretto il casale di Rota, a cavaliere del Mignone sotto la Tolfa. Le altitudini dette della Sconfitta, dalle quali ha origine il Rio-fiume, legano la massa del Sasso con quella della Tolfa, e il Monte Ghiande, che n'è la continuazione, serve di contrafforte per sostenere le due eccelse punte delle Spiaggie e della Tolfaccia o Tolfa vecchia, alta m. 591,5. Da quelle sommità si precipitano nel bacino di Tolfa altri contrafforti, mentre sull'opposto piovente scendono i monti di s. Caterina fino al mare col Monte Rosso e Prato Rotatore. Dalle altitudini della Tolfaccia lo spartiacque si abbassa fra ponente e tramontana per raggiungere il Poggio Ombricolo alto m. 544. Da qui si spicca un braccio che facendo argine al corso del Marangone, declina verso il lido, spingendosi entro mare con quella punta sporgente che dai naviganti vien detta Capo Linaro, fra la foce del Tevere e il porto di Civitavecchia. Altri speroni sorreggono il procedimento di quei monti parallelamente alla spiaggia, producendo al di là di Civitavecchia il Monte Rotondo e il Poggio Turco. Dal lato interno di Poggio Ombricolo si trovano i Poggi della Stella, dai quali si stacca quella depressa catena di piccoli colli che ne conservano il nome, e che in linea retta vanno a metter capo al Monte della Tolficciola fra la Tolfa e la Tolfaccia. Lo stesso Poggio Ombricolo poi, avanzando verso la Croce di Bura, risale per formare la più elevata parte delle prominenze tolfetane cioè i monti delle Allumiere. Fra essi fa mostra maestosa il Monte delle Grazie alto m. 615, così detto da una cappella dedicata alla Vergine, che sovrasta il villaggio delle Allumiere, visibile da tutti i lati, specialmente dal mare. Però non è questo il punto culminante, perchè vien soverchiato dalla catena dell'Elceto, che gli sorge di fronte, e che s'innalza fino al Monte Urbano, detto anche di Cibona da un convento posto a mezza costa, il cui cuspide trovasi a m. 622 sul livello del mare. Da questo punto la cresta declina fino all'ultima prominenza, ossia al Pico della Tolfa propriamente detto, appellato Monte della Rocca dai ruderi di un antico castello che sovrasta la città, alto m. 563,8. È un mammellone di forma conica isolato avanzato a dominare tutto il sottostante bacino tolfetano.
Dal Monte delle Grazie si continuano altre giogaje lungo le vecchie cave dell'allume, che camminando col Monte Fischio verso la punta della Chiesaccia formano una costa dirupata sulla quale si nota il Monte Casalavio. La cresta si dilata in un largo altipiano che degrada verso settentrione fino a raggiungere il corso del Mignone, o le selvose prominenze di Palano, sulle quali sono i ruderi dell'antica Leopoli, oggi Cencelli, città del medio evo che ha servito di rifugio agli abitanti di Centocelle, o Civitavecchia nelle incursioni dei Saraceni. Tutta quella distesa si compone di gibbosità più o meno depresse e svariate, che danno al suolo un aspetto particolare. Nel centro di questi monti è aperto il bacino della Tolfa, ossia una vasta cavità, che sarebbe del tutto chiusa, se nel suo fondo non avesse due aperture attraversate dal Mignone per portar via gli scoli. Il vasto catino è fiancheggiato a destra dal Monte Casalavio e le coste del Marano, a sinistra dal Monte Castagno, e di fronte dal mammellone della Rocca. Tutto il fondo è ricoperto di terreno subapennino, introdotto per le suddette aperture, su cui è disteso tutto il sistema idraulico del Verginiese che ne raccoglie le acque per versarle nel Mignone stesso sotto Rota. Una strada provinciale che da Civitavecchia conduce a Bracciano scavalca nella parte più rilevata tutte quelle prominenze etrusche. Essa risale serpeggiante fra aspre giogaje fino a che, superato lo spartiacque delle Allumiere, scende attraverso la città della Tolfa, e così guadagna l'interno del suo bacino. Poi descrivendo una gran curva ne raggiunge il fondo e per la sponda sinistra del Mignone esce dallo stretto di Rota, e si dirige a Bracciano passando per Montanciano e Manziana. Tale è la massa dei monti Ceriti sulla sponda sinistra del Mignone. Quelli di destra, o i tarquiniensi, si compongono di giogaje di minor conto, però divise e isolate fra loro per distanze ineguali, la maggiore delle quali occupa tutto lo spazio compreso nella curva che fa il Mignone girandogli attorno da Viano a Rota. Questa bassa congerie di rilievi calcarei non si alza più di m. 550, e si avanza verso Montisola per lasciare quell'angusto e tortuoso canale, che abbiamo già detto, percorso dal fiume Mignone per introdursi nel bacino della Tolfa. Passaggio reso tanto più angusto da vari brani di scogliere distaccate, fra le quali il fiume è obligato a descrivere un movimento serpentino.
Un altro di questi lacerti rocciosi chiamato Pian Cisterno, vedesi altresì avanzato nel fondo dello stesso bacino, e sovra di esso si rinvengono le vestigia di una antica città etrusca di cui non si conosce il nome. All'estremità settentrionale di questo corpo di prominenze tarquiniensi si trovano erette Viano e Civitella Cesi. Altri monti spettanti a quella lucumonia si vedono sparsi come tante isole più o meno grandi e distanti. Tali sono le altitudini di Monte Romano scavalcate dalla strada che conduce a Viterbo: quelle poste a fianco di Barbarano, e le prossime a s. Giovanni di Bieda: il Monte s. Elia fra Barbarano e Capranica: un' altra isola vicino Vetralla, e l'ultima che sorge presso Sutri. Con queste terminano le maggiori prominenze che danno un aspetto speciale alla zona littorale.
Però non si deve credere con ciò, che la zona interna della Tuscia romana manchi dei suoi rilievi. È vero che chi si aggira per quelle campagne altro non vede che leggiere gibbosità o una ondulazione che indica un fondo di mare messo in secco. Ma se si fissi l'attenzione al portamento delle acque, sarà facile comprendere che tutto il suolo di quella zona si risolve in tre larghissime prominenze o coni depressi, perchè i torrenti scendono sulle loro circolari pendenze. Tali rilievi sono contigui e allineati nella generale direzione della penisola, ossia scorrono paralleli agli Apennini, come fanno tutte le altre parti componenti l'Italia. Ciascheduno di quei coni nella sua sommità sostiene un bacino contenente acque lacustri, conosciuto coi nomi di Bolsena o Vulsinio, di Vico o Cimino, Sabatino o di Bracciano. Da questa configurazione del suolo si crede comunemente che quei crateri rappresentino tre vecchi vulcani estinti; ma le osservazioni lo negano in gran parte, imperocché ci avvertono che solo quello di Vico o il Cimino ne presenta i caratteri: gli altri non sono che sprofondamenti prodotti da sventramenti vulcanici, a fianco dei quali si rinvengono i veri crateri eruttivi. Il primo di quei bacini lacustri, o il Vulsinio è il più vasto, e presenta una figura irregolare che si approssima alquanto alla trapezoidale. Il suo ciglio verso mezzogiorno è depresso per dar transito alle acque; però vedesi che da questa bassura i monti si rialzano all'intorno per formare il ciglio del gran catino fino ad una prominenza conica che ne segna il punto culminante. Questa è il Monte Falisco o Montefiascone, alto m. 613,75. Le interne pendenze del bacino sono rapide e scoscese, e perciò in taluni siti rendono le sponde del lago aspre e scogliose. In seno al lago sorgono due isolette una detta Bisentina, l'altra Martana perchè dirimpetto ai paesi omonimi. Sulla sommità di questo gran cono Vulsinio, prima che precipitasse, sembra che esistessero veri crateri di eruzione; imperocché l'isola Bisentina, che sembra un brano di quella demolizione, mostra avanzi di correnti di lave scaturite da qualche prossima bocca eruttiva. A ponente e sul ciglio del gran bacino trovasi il cratere di Mezzano, forse il più considerevole di tutti gli altri ora esistenti. Fu una vera bocca di eruzione, di convenienti dimensioni, nel cui seno sorge un altro monte denominato il Montione legato al Monte Rosso, aperto a settentrione in una cavità semicircolare che sembra risultare dal disfacimento di due geminati crateri. In seno di essi si raccoglie il piccolo lago di Mezzano da cui prende origine il fiumicello Olpita, che girato attorno le radici del Montione, e trovata una uscita corre a scaricarsi nel Fiora sul confino toscano. Altri crateri s'incontrano sulla periferia del gran bacino: come sono il Monto Rado presso Bagnorea, Capo di Monte, il Laguccione fra Marta e Valentano, lo stesso Monte Jugo sulla via di Viterbo, ed altri, taluni dei quali non peranco ben determinati. Da tali bocche di soccorso furono vomitate tutte le lave che ad ogni passo s'incontrano nel percorrere quelle contrade, fra le quali si distingue quella corrente basaltina, prismatica fra Montefiascone e Bolsena , detta delle pietre lanciate, e troncata dallo sprofondamento. Le esterne pendenze del gran cono Vulsinio hanno sempre una dolce inclinazione, assumendo la fisionomia dei subapennini, tanto verso il Tevere, quanto dal lato che insensibilmente degrada verso la spiaggia. Il secondo cono, che succede al Vulsinio, è il Cimino, nome tratto dal monte che s'innalza alla sua prossimità. Sebbene più piccolo degli altri, nondimeno è aperto in un vero cratere di eruzione la cui cresta circolare si è meglio conservata degli altri. Il punto culminante di questo cerchio è il Monte di Fogliano alto m. 975; e la sua profondità si rende tanto più sensibile per le sue gronde interne dirupate o scosceso sul lago contenuto. Nel centro di questo cratere sorge un monte conico isolato detto Monte Venere, elevato fino a m. 883, e più alto del ciglio della cavità che lo comprende. Le osservazioni però ci fanno sospettare, che questo monte abbia fatto parte della divisione fra due crateri geminati demoliti e ridotti dall'abrasione.
Gli esterni pioventi al solito poco inclinati formano il dorso e i fianchi del cono. Però è da notarsi che sull'alto della sua gronda settentrionale s'innalza il Monte Cimino o di Soriano, di forma conica isolata, il cui cuspide è alto m. 1056,57. Questo segna il punto culminante di tutta la Tuscia romana, perciò da tutti i lati si vede rivestito di densa foresta. Un prolungamento di tale prominenza va a connettersi col ciglio del cratere, mediante un istmo detto la Montagna di Viterbo attraverso il quale passando la via Cassia vi trova la Posta e l'Osteria della Montagna. Del resto il terreno scende uniforme, leggiero e declive senza alcun indizio di bocche ausiliarie o crateri di soccorso. Questo vulcano probabilmente ebbe una vita più breve ed è il più giovane degli altri. Passando ora al terzo cono, che prende il nome dell'antica Sabatia sostituita dall'attuale Bracciano, come il primo o il Vulsinio, ha la sommità sprofondata da cui risultò il bacino lacustre. Offre una forma quasi circolare, a pareti in qualche luogo dirupate sul sottostante lago. Il rilievo che gira attorno, e che ne forma il ciglio, risale a settentrione colla Rocca Romana alta m. 615, per poi discendere e continuare fino alla sgolatura che a fianco del paese di Anguillara, l'antica Angularia, da passaggio all'emissario del lago. Anche in questo le pendenze esterne offrono i caratteri degli altri due coni: Senonchè a ponente e prossimo al ciglio del gran catino sorge il cospicuo Monte Virginio, detto anche della Manziana per una città eretta al suo fianco, alto m. 540, sulla cui punta venne eretto un eremo denominato il Calvario, che fa parte del famoso convento dei Teresiani detti di Monte Virginio.Torna su
Come sul cono Vulsinio, sulla periferia dello sprofondamento che costituisce il bacino Sabatino, si trovano i veri crateri di eruzione, dei quali il lato settentrionale è il meglio fornito. Quivi una serie di bocche eruttive si spiegano in catena lungo il corso di una fenditura terrestre rappresentate dalla Valle di Polline, dal laghetto quasi asciutto di Stracciacappe, corrispondente all'antico Papirianus, dal lago Alseatino, oggi di Martignano, dalla valle di Baccano, e dalla grande conca che si apre sotto Scrofano. Oltre questi, altri crateri si notano in varie direzioni. Alle radici di Bocca romana trovasi il piccolo cratere di Trevignano, l'antico Trebonianum, aperto perché le acque del gran lago Sabatino vi entrino per formarvi un seno. Dietro quello stesso monte un altro cratere porta il nome di Valle-rotonda, e fra Bracciano e Anguillara s'innalzano le vestigia di un altro ingente cratere detto di Vigna di Valle, troncato come quello di Trevignano, forse dallo stesso sprofondamento. Fra tramontana e levante del lago Sabatino sorge distinto il Monterosi alto m. 364, per far contrasto alla Rocca Romana, alle cui radici un piccolo cratere contiene le Aquae Janulae, detto oggi laghetto di Monterosi, a fianco della via Cassia. Finalmente altri rilievi formati da crateri disfatti si trovano attorno il lago Sabatino, i quali aggiunti agli spandimenti di numerose lave scaturite da tutti quei crateri, accennano ad una vita vulcanica prolungata per secoli. A compiere il novero delle prominenze che rendono aspra la Tuscia romana, occorre indicare due altri monti isolati, e posti alle due estremità di quella contrada, quasi due termini. Uno di questi a settentrione è il Monte di Canino, distaccato dai monti toscani, per indicare una combinazione sotterranea fra questi e il gruppo dei monti della Tolfa. È alto m. 432, e si compone delle stesse roccie alle quali fa seguito. L'altro a mezzo giorno è il Monte di s. Oreste, corrispondente al Soratte degli antichi; prominenza isolata alta m. 681, e di forma allungata come una piccola catena, indicata dalle roccie costituenti, come un brano distaccato, dagli Apennini che gli sono di fronte. Esaminate le prominenze, ragion vuole che abbiansi ad esaminare le depressioni del suolo o le valli che insieme ai monti contribuiscono a dare il carattere geografico alla Tuscia romana. Tutti sanno che le acque tendono costantemente a fluire nei luoghi sempre più bassi per trovarsi una strada più breve al loro cammino. Da ciò avviene che i fiumi segnano le maggiori profondità di una contrada o le valli, che fanno contrasto alla sporgenza dei monti; laonde fa d'uopo rivolgersi alla idrografia siccome quella che meglio e più chiaramente traccia le parti più depresse di quell'interessante paese.
Il posto dalla natura assegnato alle acque è il mare contenuto in distinti bacini, dalla superficie dei quali l'acqua esala continuamente in vapori, che raccolti nell'atmosfera sotto forma di nubi, sono spinti dai venti sulle terre messe in secco, dove attratti dai cuspidi montani ad una bassa temperie si risolvono in pioggie che cadono per inaffiare il suolo, provvedendo così al mantenimento della vita terrestre. Dalle altitudini dei monti pertanto si precipitano nelle convalli sotto forma di torrenti, e ripartit in ragione della forma del suolo che trascorrono, si riuniscono per costituire i sistemi idraulici dei fiumi. Incontrato un bacino lo riempiono e, colmatolo, ne escono con un fosso emissario che associato agli altri convogliano alla fine tutte le acque fino a versarle nel mare, il quale col suo moto ondoso non cessa mai di flagellare le coste. Sotto queste diverse forme: cioè di laghi, di fiumi, e di mare fa d'uopo considerare le acque che bagnano il suolo della nostra Tuscia.
Uno sguardo lanciato sulla carta di questa provincia farà tosto conoscere che oltre i tre maggiori laghi di sopra menzionati, altri di minor conto ve ne sono, contenuti in crateri vulcanici. Al maggiore di questi ossia al Vulsinio o lago di Bolsena, si riferisce il laghetto di Mezzano: al secondo ovvero al Cimino nessun lago secondario si annette; ma al terzo cioè al lago di Bracciano o Sabatino sono attinenti i minori laghi di Montignano, Stracciacappe, Monterosi, con la valle di Baccano. Il lago di Bolsena non misura meno di 54 chilometri di circonferenza: alto sul livello del mare m. 311,22, offre una figura, che come si disse, si ravvicina ad un trapezio irregolare. Contiene nel suo seno due isolette: una detta Bisentina perchè dirimpetto al paese di Bisento; l'altra è un nudo scoglio prossimo al villaggio di Marta da dove prende origine l'emissario, o il fiume scaricatore che parimenti porta con se l'istesso nome. Il lago di Mezzano a ponente del Vulsinio, più elevato di questo, è contenuto in un vero cratere vulcanico, ed è una piccola raccolta di acque alimentata dalle circostanti sorgive il cui sopravanzo da origine al fiumicello Olpita tributario del Fiora. Il lago di Vico, così detto dal villaggio di Vico posto sulla sua sponda e corrispondente all'antico Vicus Elvii, trovasi in un vero cratere vulcanico, e fu detto Cimino dagli antichi per la prossimità del monte di questo nome. Ha una figura irregolare perchè modellato sulle radici del Monte Venere, e il suo antico e naturale livello venne abbassato da un emissario scavato attraverso le pareti del catino che conduce le acque per via sotterranea nel Rio-Ricano per versarle nel Treja. Il Sabatino ebbe nome dalla città di Sabatia oggi Bracciano. Come il Vulsinio è contenuto in una fossa di sprofondamento: la sua figura è irregolarmente circolare con circa 37 chilometri di circonferenza e la sua superficie è alta sul mare m. 164. Sulla sponda orientale sopra uno scoglio sporgente come già abbiamo accennato sorge il castello di Anguillara sotto il quale in una sgolatura sono le chiuse dell'emissario da cui prende principio il fiume Arone. Però non tutta l'acqua vi corre, essendo una parte di essa ricevuta dall'acquedotto Paolino per essere condotta a Roma, destinata ad usi economici. Prossimo a questo lato è il lago Alseatino o di Martignano, così detto da un piccolo castello diruto posto sulla sua sponda. Contenuto in un piccolo cratere eruttivo di sei o sette chilometri di perimetro, trovasi a m. 209 sul livello del mare. Anche le acque di questo laghetto sono ricevute nell'acquedotto Paolino. Similmente quello di Stracciacappe o il Papirianus da qualche Papirio che lo possedette, trovasi in un vero cratere vulcanico, contiguo al precedente. Ebbe nei tempi passati vari chilometri di giro, ma dappoiché fu messo in comunicazione per via sotterranea col Martignano, il suo fondo è ridotto ad una vera piscina.
Il laghetto di Monterosi contenente le aquae Janulae degli antichi, è posto nella biforcatura delle due strade di Ronciglione e Civita Castellana: arriva appena ad un chilometro di circonferenza ed è alto circa m. 220 sul mare. Finalmente conviene pur fare parola della valle di Baccano, riempita in altri tempi di acqua lacustre poi scolata dai Romani nel fiume Cremera. Ebbe otto o nove chilometri di circonferenza; oggi è una valle crateriforme chiusa ad anfiteatro, attraversata dalla via Cassia colla stazione ad Baccanos da cui prese il nome. Molti sono i fiumi della Tuscia romana che meritano maggior considerazione, però il loro primato devesi al Tevere, che coll'ultimo suo corso, percorrendo le radici appennine circoscrive quasi la Tuscia romana come in una cornice alla quale concorre eziandio anche il Paglia suo tributario. Questo fiume, presa origine dai monti di s. Fiora, prima di raggiungere il Tevere scende verso Acquapendente e ingrossato dalle acque della Chiana, raggiunge la base del cono Vulsinio, sulla quale piega a sinistra per seguirne le traccie coi suoi serpeggiamenti. Giunto ad Orvieto riceve la Chiana, e poco dopo si scarica nel Tevere presso Tor di Monte. Arricchito di questo acque, il Tevere seguita a disegnare le basi dei due successivi coni Cimino e Sabatino, con un movimento quasi festonato e serpentino. Così arriva al Soratte, e giratogli attorno come ad una meta, prende la direzione del mare, passando attraverso Roma, e segnando il confine fra il territorio etrusco e latino. In tutto il tratto che corre dall'incontro del Paglia al mare, il Tevere riceve a sinistra il tributo delle acque apennine che piovono su lui, condottegli specialmente da tre principali affluenti. Il primo di questi è il fiume Nera (Nar degli antichi) che convoglia le acque dai più distanti recessi del centro italiano, per mezzo dei fiumi secondari Turano, Salto e Velino: il secondo è il Farfa che conduce gli scoli delle montagne sabine: il terzo è l'Aniene (Anio) che trae le sue origini dai due bacini acquiferi di Vallepietra e Filettino posti al fianco del Cantaro, uno dei più alti cuspidi apennini.Torna su
Da questa disposizione ben si comprende che tutti gli affluenti di destra, tanto del Paglia che del Tevere, devono scendere dai pioventi esterni dei tre coni vulcanici, sulle cui basi quei maggiori fiumi trascorrono. Cosicché tutta la gronda orientale del Vulsinio coi suoi raggianti torrenti si versa in parte nel Paglia in parte nel Tevere. Ma le contrarie pendenze dei contigui coni, Vulsinio e Cimino, incontrandosi conducono le acque a raccogliersi insieme e fondersi per dare origine al Vezza, che passando sotto Vitorchiano raggiunge il Tevere presso Attigliano. Similmente avviene del Treja, raccolto fra i coni Cimino e Sabatino, nel quale immettono altresì le acque dell'emissario del lago di Vico, condottegli dal Rio-Ricano, passando per Civita Castellana. Finalmente tutto il lato orientale del cono Sabatino, è in comunicazione diretta coll'ultimo tratto del corso tiberino.
Il lato settentrionale della Tuscia romana non circoscritto dal Paglia e dal Tevere, viene segnato dal corso del fiume Fiora, che radendo le radici della catena metallifera si getta nel mare sotto Montalto: e perciò in questo fiume confluiscono le acque occidentali del cono Vulsinio. Tutto il littorale etrusco lungo il mare Tirreno può essere distinto in tre parti: una settentrionale, corrispondente allo spazio fra il corso del Fiora e ì monti della Tolfa: la seconda viene costituita da queste prominenze: la terza si riferisce alla distanza fra esse e il Tevere. Le acque esterne che scendono fra le due contrarie pendenze dei coni Vulsinio e Cimino, in senso contrario al sistema del Vezza per portarsi direttamente al mare, si raccolgono dando origine al Vela, che giunto presso Rocca Rispampani si getta nell'emissario del lago di Bolsena, ossia nel Marta, il quale raccogliendo nel suo cammino i laterali affluenti, per Ancarano va al mare sotto Corneto.
La seconda parte, o la corrispondente ai monti Tolfetani, trovasi in condizioni ben diverse. Conciossiaché il rilievo di quelli formando barriera, obliga le acque a raccogliersi in un fiume di maggior calibro a fine di superare l'ostacolo. Questo è il Mignone che risponde all'antico Minio, il quale, tratta la sua origine dalla chinata occidentale del cono Sabatino, scende a Viano, ove piegasi a sinistra per lambire le radici dei monti tarquiniensi, che gli sorgono a destra fino al diruto paese di Monterano. Quivi s'impegna fra masse scogliose, che sotto Rota gli rendono tanto più angusto l'ingresso nel bacino della Tolfa onde raccoglierne gli scoli. Tenendosi sempre fra scogliere, esce da quello a riguadagnare il largo, girando attorno la costa del Marano. Quindi passando fra le altitudini tolfetane e di Monte Romano, declina a destra e corre al mare in prossimità delle saline di Corneto. Vari affluenti concorrono ad ingrossare questo fiume; cioè la Lenta che, preso nascimento sulla gronda occidentale del Monte Virginio e dai torrenti della Vallascetta, lungo le radici dei monti, per i bagni di Stigliano e Radicata arriva al Mignone prima di Rota. Un altro considerevole tributario è il Verginiese il cui sistema è tutto compreso nel bacino della Tolfa per raccogliersi nel fondo e versarsi nel Mignone sotto Rota. Potrebbe essere considerato come un terzo tributario un grosso fosso che derivato da Civitella Cesi si versa nel detto fiume appena uscito dal bacino tolfetano. Dietro la piccola catena dei monti del Sasso, le acque della Manziana e di s. Vito danno origine ad altro piccolo sistema denominato del fosso Vaccino, scorrente in senso contrario alla Lenta per superare i monti e ripiegarsi verso il mare nel quale si versa fra Palo e Torre Flavia. Dall'esterno piovente dei monti Ceriti precipitano direttamente nel sottoposto mare, molti torrenti di diversa portata fra i quali si notano come maggiori, il Rio Fiume e il Marangone. Il primo viene dalla sommità della Tolfaccia e della Sconfitta e retto cade nel comune recipiente fra s. Severa e s. Marinella. L'altro dalla Croce di Bura, vien giù fra dirupi, e fra Capo Linaro e Civitavecchia entra nel mare. Tutti questi torrenti non sono inalveati perché di rapina, e perciò nelle pioggie dirotte si fanno gonfi e veloci da recar danni gravissimi, per la quantità di materiali che trasportano. La terza parte della costa fra i monti del Sasso e il Tevere, vien egualmente solcata da numerosi scoli che scendono dal declivio meridionale del cono Sabatino per iscaricarsi direttamente nel mare. Fra questi è notevole l'Arene, che conduce il sopravanzo del lago di Bracciano prendendo origine, come si disse, presso il paese di Anguillara e terminando sotto Maccarese. Un altro di questi piccoli sistemi è il Rio Galera, che da s. Maria di Galera, prossima alle ruine della città di Galera sulla via Clodia, raggiunge il Tevere ove fu la foce alluvionale di questo principale fiume. Tutto il decorso della costa marittima, che trovasi dalla foce della Fiora a quella del moderno Tevere, sarebbe costituita da spiaggia sottile e arenosa se, come abbiamo veduto, la parte media non fosse occupata dai monti del Sasso e della Tolfa, che, avanzando col Capo Linaro, rendono quel tratto eminentemente scoglioso. Da s. Marinella a Civitavecchia la costa, resa aspra da rupi, è battuta in breccia dalle onde tempestose, che stritolandole le consumano, e i detriti sono portati via, e dati in preda al moto ondoso. Così sono ridotti in sabbie e breccie, e nella direzione dei venti regnanti, rigettati sulle rive per accrescere le spiaggie sottili. E difatti le due coste fra s. Marinella e il Tevere come quella fra Civitavecchia e lo sbocco del Fiora sono sempre in via di avanzamento, specialmente la prima dove pel prolungamento del delta tiberino l'insabbiamento è maggiore.
Ma non basta avere esaminate le acque dei laghi e dei fiumi, conviene eziandio rivolgere lo sguardo alle sorgive che bagnano la Tuscia romana. Tante sono le acque che pullulano in tutta la sua superficie, che ovunque se ne rinvengono svariatissime e di diversa portata, tanto calde che fredde, tanto dolci che minerali. Gli studi idrologici hanno dimostrato che nella sola parte dell' Agro romano che spetta all’Etruria, non v'ha tenimento che non sia dotato di uno o due fontanili per uso campestre. Le acque minerali poi sono tante e così diverse nella loro composizione da rendersi preziose per gli usi terapeutici ai quali vengono destinate. Gli avanzi delle antiche terme che restano in molti luoghi di quell'ampio territorio sono una prova del conto che ne fecero gli antichi, come vengono oggi adoperate nei moderni stabilimenti.Torna su
Se si prenda a percorrere il paese per notare, se non tutte, almeno le principali acque minerali, si osserverà che sulla estensione della sponda destra del Tevere, ossia sulla parte etrusca della campagna romana, nessuna di quelle acque minerali si fa vedere; ma se s'imprenda a percorrere la via Aurelia lungo il littorale tirreno, giunti nelle vicinanze di Palo s'incomincieranno a trovare polle di acque acidule, e più oltre alle radici dei monti di Cerveteri zolfi ed acque solfuree; come sotto il Sasso una gessaja derivata dalle stesse emanazioni. Oltrepassata Civitavecchia, sulla via che conduce a Corneto, nelle vicinanze della Torre detta di Orlando v'ha un'altra gessaja, e prossima ad essa, una sorgente acidula detta della Castagnoletta. Sotto Corneto nella valle del Marta esiste un'altra piccola sorgente la cui acqua vien bevuta come salutare.
Se per la via Clodia ci portiamo a Bracciano, sulla sponda settentrionale del lago Sabatino, e al piede del monte di Rocca Romana sono i famosi bagni di Vicarello. Di queste acque acidule termali, si fece tanto uso si negli antichi tempi come al presente in uno stabilimento terapeutico. Sotto Anguillara, prossima all'Arone, da una ingente massa di lava scaturisce un'acqua mussante per eccesso di acido carbonico, la quale però è rifiutata in medicina per la calce che contiene. Da Bracciano giunti al bosco di Manziana si attraversa una larga solfatara con sorgenti solfuree, ed a s. Vito non molto lungi da questo luogo vedesi una pozza a modo di laghetto, detta la caldaja di s. Vito, nel mezzo della quale erompe con impeto un grosso getto di acqua parimenti solfurea, che poi va a scaricarsi nel Rio Vaccino. Scorrendo sulle radici del Monte Virginio, sotto Canale, al fosso del Biscione, in seno ad una larga solfatara scaturisce un'altra grossa polla solfurea, che vien subito portata via dalle acque dolci del fosso. Ai bagni di Stigliano sul margine della Lenta sono le acque Stigianae, o le Apollinares degli antichi, rappresentate da un gruppo di sorgenti diverse, acidule, termali, ferruginose, e solforose, destinate ad usi terapeutici, e così accreditate da richiamarvi un gran numero di bagnanti. Seguitando la via, all'approssimarsi a Rota attraverso la Conca, l'odore d'idrogeno solforato annunzia ancora acque solfuree, ed entrati nel bacino della Tolfa, a fianco del mammellone trachitico che lo domina. ecco un altr'acqua termale acida detta della Caduta, che serve ad un piccolo stabilimento chiamato il Bagnarello della Tolfa. Di qui, saliti i monti di Allumiere e presa la via di Corneto, scesi verso la Mola farnesiana entro un' angusta valle scaturisce l' acqua acidulo-ferruginosa detta del Campaccio, rinomata per le sue virtù deostruenti. Declinando poi per la strada di Civitavecchia, non ancora terminata la discesa dei monti, a circa quattro miglia da quella città si incontrano le vestigia delle sontuose terme Taurine erette da Trajano a causa delle vaste scaturigini di acque acidule, e prossima a queste un' altra analoga detta Sferracavalli. Né molto lontano da questi ruderi si manifesta l'acqua termale della Ficoncella, che insieme alle precedenti viene usata in medicina.
Per seguitare una ordinata enumerazione delle acque minerali della Tuscia romana, conviene oltrepassare Monterosi e portarsi ove dalla via Cassia si diparte quella di Sutri. Quivi fra Bassano e Caprarola bagnano il terreno altre sorgenti acidule e ferruginose, delle quali si fa poco conto. Ma se si proceda più oltre, ove si biforca la strada di Nepi e Civita Castellana si troverà l'osteria detta di Pucciaga sopra una vasta solfatura, che una impresa industriale dovette abbandonare a causa delle copiose scaturigini di acque solforose. Dopo Nepi la strada conduce a Civita Castellana, presso la quale si trova l'acqua marziale di Falleri, così detta dall'antica Faleria, i cui avanzi si ammirano ancora su quella scaturigine. Da qui ci conviene saltare a Viterbo, città rinomata per la ricchezza delle sue sorgive minerali, per le quali vede ogni anno molti concorrenti. Sono acque diverse, e forse le meglio conosciute di tutta la Tuscia romana, attesoché ebbero autori di gran riputazione, che presero ad esaminarle e illustrarle. Tali sono: l'acqua della Grotta, subacida, ferruginosa e termale: l'acqua della Crociata. parimenti termale di sapore subacido e odore di gas idrogeno solforato: l'acqua del Bagnolo, intermedia fra le precedenti: l'acqua del Bulicame, vasta sorgente solforosa, termale che sembra bollire per lo sprigionamento del gas idrogeno solforato, entro un piccolo cratere formato da concrezioni calcari, dal quale l'acqua trabocca per essere impiegata alla macerazione della canape: finalmente chiude la serie un' acqua acidula, ferruginosa, mussante per la quantità di acido carbonico. Al di là di Viterbo nei contorni di Montefiascone pullulano dal suolo altre sorgenti minerali acide delle quali fin qui poca cura si prese. Finalmente citiamo il paese di Latera sul ciglio del cratere vulsinico ove un'altra solfatara somministra acque solforose. Le emissioni di acque che abbiamo accennate nella Tuscia romana sono quelle di cui abbiamo fin qui più certa notizia. Tuttavia dobbiamo ritenere non essere le sole che si versano per inaffiare il suolo di quella regione. Molte altre ve ne devono essere non peranco scoperte o notate. Sarebbe cosa ottima istituire ricerche scientifiche a tale fine. Però conviene contentarci per ora di ciò che sappiamo, conciossiaché sono sufficienti a far conoscere quanto sia estesa l'idrologia della Tuscia romana.Torna su
Esposti i rilievi, che rendono aspra quella contrada del globo, e le valli disegnato dal corso dei fiumi, conviene vedere se queste parti conservano ancora le forme geografiche che ebbero nella loro primitiva origine. A tal domanda conviene rispondere negativamente: imperocchè l'instancabile natura, anche nel riposo dopo le sue grandi operazioni, lavora nel silenzio per distruggere senza posa ciò che fece per raccogliere i materiali della distruzione, e impiegarli a nuove formazioni. Gli agenti atmosferici, i fiumi, i mari, le piante che aderiscono al suolo, e perfino l'uomo istesso colla sua operosità congiurano a sfigurare la superficie terrestre, e a variarne incessantemente l'aspetto geografico. I più rilevati cuspidi dei monti sono a preferenza investiti dalla folgore, dalle alternative di temperatura, dalle pioggie, dai geli, e dagli stessi raggi solari che penetrando le roccie ne guastano la tessitura, le disfanno, le stritolano e le fanno cadere in detriti. Le piante erbacee rivestendo di un denso tappeto la superficie del suolo, lo difendono in certo modo da quei nemici; ma non così gli alberi che penetrando colle loro radici nelle fenditure delle roccie, ne sconnettono i massi e li rendono mobili. I torrenti portano via i frammenti, li logorano coll'attrito del trasporto e li convertono in ciottoli nel loro cammino. Giunti al mare e consegnati all'incessante moto ondoso sono assottigliati e ridotti in breccie e sabbie, poi rigettati sulle stesse spiaggie che gli stessi flutti tempestosi logorano nelle loro sporgenze, perché niente sia sottratto alla gran legge dello sfiguramento di tutta la superficie terrestre. Questi tanti lavori, incominciati fin dal momento in cui emersero i continenti e le isole, non avranno fine se non quando saranno spianati tutti i monti, colmate le valli, e tutto convertito in pianure. Ma non basta ancora, giacchè il ferro dell'agricoltore nel passare tante volte sul terreno, lo rimuove perché le acque lo sciolgano e lo portino via.
L' escavazione delle miniere abbatte estese scogliere, o apre su di esse squarci immensi alla ricerca delle materie prime, per essere impiegate ai comodi della vita. Cosicché la trasformazione è incessante su tutta la superficie dello terre emerse. Nella regione da noi presa ad illustrare questi maravigliosi fenomeni si compiono sotto i nostri occhi, come in tutte le altre contrade della terra. Basta salire sulle altitudini da noi descritte per essere testimoni delle immense ruine a cui sono in preda e prova ne siano le materie trasportate dai torrenti, e la medesima spiaggia del mare Tirreno, costituita dai detriti dei monti soprastanti condotti dalle acque in movimento traslatorio. Se non che conviene pure avvertire che sui monti della Tuscia romana tutto si dovrebbe compiere in una scala alquanto minore in confronto degli Apennini, attesa la minore altezza; ma la quantità della distruzione è compensata dalla maggior facilità alla decomposizione che offrono le roccie; cosicché i risultati devono essere presso a poco eguali. Dirò di più che i monti di Allumiere dimostrano a preferenza qual fu l'umana potenza, e cosa l'uomo seppe operare nel decorso dei tempi. Gli enormi squarci che s'incontrano su quelle giogaje praticati dai minatori per la estrazione del sasso alluminoso, o del minerale ferreo, sono mirabili per la loro estensione, e le materie dei loro rifiuti sono tali che elevarono nuovi monti, che a loro posta vengono altresì distrutti dall'azione generale degli agenti della natura. Per queste cause inesorabili tutto il suolo etrusco ora è ben diverso da quello che fu nei passati tempi, e lo sarà eziandio nel decorrere dei secoli avvenire, col lento modificarsi della sua esterna configurazione.
II. GEOLOGIADopo una breve esposizione della esterna fisionomia che presenta la Tuscia romana, conviene rivolgere l'attenzione alla sua geologica costituzione, per argomentare da quali cosmiche operazioni ebbe origine. A raggiungere un tal fine, e a maggiore intelligenza di ciò che sto per dire, giova premettere una speciale analisi dei terreni costituenti quella interessante regione, siccome risultati dello formazioni successivamente compiute nel decorso dei fasti della terra. E primieramente convien rammentare che i geologi fanno tre grandi divisioni di tutti i terreni componenti la superficie terrestre, comprendendo nella prima quelli che furono depositati dalle acque: nella seconda gli elaborati dal fuoco: nella terza quelli modificati e ridotti da un'azione metamorfica sopraggiunta.
Le incessanti sedimentazioni acquee comprese nella prima divisione, costituiscono la scala stratigrafica, e sono quelle che accennano a tutti i tempi trascorsi, o a tutte le epoche che costituiscono la storia geologica del pianeta. Queste in origine furon tutte depositate nella orizzontalità propria delle acque tanto salse che dolci: che se oggi non tutte si trovano mantenere quella loro originaria giacitura, ma talune sollevate e rotte in tanti modi, altre meno spostate, o semplicemente fratturate, altre in fine restate inalterate, ciò dipese da sconvolgimenti di natura avvenuti dopo la loro deposizione. Alla seconda sezione spettano quelle roccie, che, essendo elaborate dall'interno fuoco terrestre, vennero spinte all'esterno, sbucando in certi distretti per rovesciarsi sulla superficie del globo. Queste tengon la forma di masse ingenti non stratificate o di filoni injettati attraverso le assise nettuniane, ovvero rilevate in cupole o mammelloni sul loro trabocco, come anche trascorse sul suolo in correnti più o meno vaste. La terza finalmente comprende

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